captain quentin-Instrumental Jet Set
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CAPTAIN QUENTIN – Instrumental Jet Set (CD)

€10.00

1. Le case avanti 2. Gamma rana3. Doctor optional
4. Sciocchezza mon amour
5. (ognuno ha il proprio concetto di) Intervallo
6. La distanza inverte il semaforo
7. Mai stati sulla luna
8. Bobcat (a love song)
9. Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

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Product Description

ARTIST: CAPTAIN QUENTIN –  ALBUM: Instrumental Jet Se - YEAR: 2011 –  FORMAT: CD 

“mathematically structured music with afro rhythms, prog elements, and a strong synth-pop component 

Scritto e performato da Captain Quentin | registrato e missato da Fabio Magistrali a Cursi (LE) nel giugno 2010 | mastering: NewMastering studio Milano | artwork: Noil Klune

REVIEWS

BlowUp #154 – Marzo 2011. Non c’e gusto in Italia a essere intelligenti, curiosi, anche ironici. Ma chi si trova in questo stato, e in questo Stato, cosa deve fare? Se sa suonare, tra le opzioni c’è un disco come “Instrumental Jet Set” dei Captain Quentin, approdati a fromSCRATCH nel viaggio da Taurianova a Marte. E’ bene sia scritto per inciso: assieme a pochi altri lavori questo disco rappresenta il meglio del cervello italico nei primi novanta giorni dell’anno, una botta di senso e di peso con nessun timore reverenziale verso ciò che succede in giro. E soprattutto una ulteriore evoluzione dai temi matematici e spaziali delle prime avventure del Capitano, giusto in tempo per salutare il Beefheart che non c’è più: Le case avanti parte molto più rock (in senso canonico) del solito, i synth cavalcano l’onda, registrazione e missaggio mettono in evidenza l’apporto di tutti gli strumenti, il resto lo fa l’evoluzione della trama ove prima l’uno poi l’altro prendono il sopravvento in un’interplay dalla mentalità quasi prog (se il 2010 si era caratterizzato per il ritorno al beat italiano, I’Undici minaccia di saccheggiare il patrimonio del rock progressivo italiano). In Gamma Rana (Rano Pano?) le tastiere di Enzo Colarco “cantano” sui ritmi folli imposti dalla batteria di Massimo Carere e dal basso di Libero Rodofili, ogni mezzo minuto succede qualcosa di nuovo, spunti brillanti à la Jaga Jazzist come stop’n'go di memoria chicagoana, ogni traccia ha sede nella precedente ed è seme della prossima, avrebbe potuto essere un unico filotto da cento minuti dove affogare i Trans AM e i Don Caballero, i Battles e i Can, presentissimo il kraut anche se tra le linee… immaginate dal vivo, mentre le scariche di chitarra di Michele Alessi e Filippo Andreacchio colpiscono in pieno il torace. (ognuno ha il proprio concetto di) Intervallo indica dal nome la prima diversione percepibile, col flauto Jethro Tull e il sax lasciato libero di svolazzare nella Republique Sauvage, La distanza inverte il semaforo è una colonna sonora per James Bond a sprazzi funk gittata di nero, Mai stati sulla Luna rallenta e suggestiona le modalità languide degli arpeggi, quando credi di riconoscere la spina dorsale del pezzo essa tradisce ascolti Spiritualized. Con l’energia cinetica di questo disco può muovere Mirafiori per niente a scapito del divertimento, dopo gli Aucan la rotta è tracciata, Ti sei mai chiesto quale funzione hai aggiunge fuoco e fiamme che si moderano ma non troppo, certi Os Mutantes con batteria a ciclo continuo e psichedelia espansa ma non ipnotica. Tra saliscendi e autostrada sgombra, il viaggione non stanca mai le gambe e la testa. (8) Enrico Veronese
Iyezine. Michele Alessi, Filippo Andreacchio, Massimo Carere, Enzo Colarco e Libero Rodofili (ovvero i Captain Quentin) si presentano alla prova del secondo album con questo Instrumental Jet Set, uscito per la From Scratch Records. Volgendo uno sguardo al loro passato non ci si può che aspettare un disco interessante, a noi il compito di verificare.
Le Case Avanti esplode fin dall’inizio per poi lasciarsi andare alle chitarre incalzanti e ai synth, che appaiono improvvisi in mezzo all’intreccio ritmico. Gamma Rana scorre veloce e vivace sullo sfondo delineato dalle tastiere per poi generare dialoghi fra queste e le chitarre. Doctor Optional, più singhiozzante e nevrotica, si fa riflessiva prima di liberare gli spiriti maligni in brevi ruggiti distorti mentre Sciocchezza Mon Amour, legata a ritmi ansiogeni (nei primi secondi), si sviluppa poi su toni allegri e vivaci tra piccoli sussulti e sferzate elettriche. (Ognuno Ha Il Proprio Concetto Di) Intervallo lascia spazio al silenzio per poi tirar fuori dal cilindro sax e flauto, perdendosi in improvvisazioni jazz. La Distanza Inverte Il Semaforo molto più decisa e corposa, tra inserti di tastiera e rumorismi in briciole, prosegue senza esitazione, lasciando poi spazio a Mai Stati Sulla Luna, più dolce e romantica con le sue tastiere (mentre le bizzarrie cercano di prendere il sopravvento, senza riuscirci). BobCat (A Love Song), tesa e nervosissima nella parte iniziale, si fa più solare e gioiosa nella seconda metà, infine, Ti Sei Mai Chiesto Quale Funzione Hai? conclude l’opera con energia e potenza, lasciando parlare tra loro gli strumenti e generando un ultimo piccolo viaggio musicale.
I Captain Quentin convincono. Hanno tecnica da vendere e lo dimostrano senza mai cadere nel banale o nell’esercizio di stile fine a se stesso. Le canzoni sono corpose e vivaci, fresche e solari. Le registrazioni sono ottime e le idee pare proprio che non manchino. Unica pecca è forse la difficoltà nel riuscir a trovare qualche caratteristica che permetta di distinguere una traccia dall’altra. Per il resto, nove pezzi da far andare uno di seguito all’altro; un’ottima colonna sonora per la primavera appena iniziata.

rockon. Ironici come pochi oggi in Italia, i calabresi Captain Quentin, pubblicano il loro secondo lavoro continuando a dimostrare di aver appreso molto bene la lezione di Captain Beefheart, cui hanno preso metà del nome e a cui soprattutto si sono ispirati per il modo di affrontare il mondo della musica. Il combo calabrese riesce a risultare straniante, grazie alla capacità sia di coniugare il noise con un approccio free-prog, sia di cambiare pattern musicali e registri stilistici. La particolarità di questi nove brani è che spesso sono martellanti, ma non risultano mai noiosi, anzi se ne percepisce l’ironia e la voglia di cambiare che appartiene al gruppo.
Il brano più lungo “Ti sei mai chiesto che funzione hai?” è la summa di quanto descritto finora. Negli oltre otto minuti di questa track, infatti, sono presenti scale ritmiche in discesa ed in salita, con momenti di esplosività ben incastrati tra loro e che risultano funzionali all’economia del sound, nel quale non mancano anche cambi di registro stilistico, prima della coda finale di noise. Il math più ossessivo, di matrice Don Caballero, è ben rappresentato in “Sciocchezza mon amour”, mentre momenti nei quali il math si scontra con il jazz sono presenti in “Bobcat” ed in “Doctor optional”. Intriganti poi sono le chitarre vibranti de “La distanza inverte il semaforo”. I titoli non sense confermano la loro voglia di sano ed intelligente cazzeggio. Vittorio Lannutti

rockit. L’attitudine pestona della prima “Le Case Avanti”, ci getta nel mare lisergico di questo nuovo lavoro del combo calabrese, dove ritroviamo imploso tutto un universo referenziale che spazia dal math allo stiloso fuzzy noise targato ’60, il tutto orchestrato dalle mani sapienti di Fabio Magistrali.
E se alle spalle ci siamo appena lasciati Don Caballero e Fuzztones, inoltrandoci nella materia troviamo “Gamma Rana”, dove la simmetria cervellotica sposa una forte componente synth-pop, e dove il riferimento progressive è solo una finzione di metodo che ci permetta di riannettere all’ascolto un’infinità di richiami da-ogni-dove.
Slintiana la quarta “Sciocchezza Mon Amour”, ma è di un post-rock ormai all’accanimento terapeutico, tra ceneri fumanti e destrutturazione tout court, in cui ritrovare tra le pieghe del discorso certe fumose derive acide dell’hard bues anni 70. Suggestivi mellotron, flauto e sax in “(ognuno ha il proprio concetto di) Intervallo”, sghembo riassunto di tutta una iconografia discinetica a forte pulsione free, tanto arbitrario quanto meccanicamente a segno.
Il post-punk di “Bobcat (a love song)” ci riversa addosso tutto il magma incandescente e reiterativo dei primi Oneida, e un torrente sotterraneo di segno emo tenta timidamente di affiorare in superficie, tra caos chitarristici e riverberi noise.
Ennesima, ottima prova di sé, con grande cura alle spalle, e solo qualche trascurabile (ancorché capace) calcata di mano – in un ambito in cui calcare la mano fa il paio con ciò che molti chiamano stile.

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