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07

LUSH RIMBAUD – Action from the basement (CD)

€5.00

1. action/basement 2. are you sure that totally insured means totally insured?
3. brain fitness
4. oskar (say yeah)
5.handjob from the doorman
6.bus stop owner
7.dirty little faggot8.flashing elevator

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Product Description

ARTIST: Lush Rimbaud  ALBUM:action from the basement YEAR: 2007, feb. FORMAT: CD - Cat. Nr.  fschr07

Nearly a concept album, a tight sonic stream, a hypnotic solemn gait that causes addiction. A derailing runaway train, an anxious spiral of a cold water bucket while you’re sleeping in a flashing elevator… 8 tracks joined by an explosive, fresh and shattering energy!”

a co-production fromSCRATCHrecords, sweet teddy, bloodysound - UK distribution: forte rec.

LUSH RIMBAUD IS: tommaso pela (vocals, guitar)  - david cavalloro (guitar, vocals)  - marco giaccani (bass, vocals)  -michele alessandrini (drums)

::RECENSIONI

RUMORE. Una ventata di aria fresca sotto forma di vibrante energia punk moderna, ed un titolo che è quasi una didascalia: Action from the basement, primo album di marchigiani Lush Rimbaud, dà esattamente quello che promette. Non si fa fatica infatti ad immaginarsi il quartetto mentre mette a ferro e fuoco uno scantinato zeppo di gente, assaltandolo con bordate di chitarra e sintetizzatore che sposano la ripetitività ossessiva degli Oneida (esemplari in questo senso Brain Fitness e la frenesia dell’ottima “Action/Basement”, che apre il disco) all’impatto rock n roll adrenalinico e deragliante di tante mutazioni post hard core, dai Ray Coalition ai Panthers, dai JR Ewing agli One Dimensional Man. Su qualcosa c’è da lavorare (la conclusiva flashing elevator regge a fatica i sette minuti e mezzo di durata, ad esempio), ma come esordio non è davvero niente male.
Andrea Pomini
BLOW UP. Di secche e vibranti angolature post-punk, ritmiche attivate da doppie batterie e un synth di movimento si dota la band marchigiana per la realizzazione di questo cd. La sua è una musica fresca e coinvolgente ma anche magnetica quando entrano in campo figure meccanicamente reiterate (e lo fanno sin da subito con una Action/Basement che ripete ossessivamente il proprio tema a mo’ di anthem). Se volessimo dare delle coordinate, guardando nel nostro orticello chiameremmo in causa Disco Drive e Red Worms’ Farm, guardando altrove invece ci troveremmo in una linea d’ombra tra gli El Guapo e gli Oneida più sintetici. I riferimenti sono una garanzia e sarebbe inutile sprecare altre parole. La strada intrapresa è accattivante e non mancherà di soddisfare coloro che si avvicineranno ad “Action From The Basement”. Ma perché accontentarsi. Se volessero i Lush Rimbaud avrebbero dalla loro il metodo e la spinta per rischiare di più, magari ripartendo dalle parti psicotroniche di Flashing Elevator. (7) Fabio Polvani
KRONIC. Dopo svariate autoproduzioni ed un 7” per Eaten By Squirrels arriva l’esordio sulla lunga distanza per i Lush Rimbaud, band marchigiana affine al concetto di tachicardia nevrotica, tanto più grezza quanto incessante nei deragliamenti.
Dicono che l’attitudine è quella punk e dubbi in proposito non ve ne sono, eppure nel dettaglio la sostanza è ben maggiore. Noise voluto, impatto immediato ed immediatezza mai occhieggiante a tendenze modaiole. Il substrato è caotico, a tratti impazzito, tuttavia sempre intransigente nell’entrare nelle vene bucandole con sana violenza sonica.
A tratti vengono in mente i Red Worms`Farm e questo è uno dei migliori complimenti che possiamo fare.
Marco Delsoldato
LOSING TODAY Ottimo post punk quello dei Lush Rimbaud. Più vicini al sound statunitense che non ad espressioni nostrane, nonostante una certa vicinanza a gruppi quali Red Worm’s Farm, Disco Drive e i meno noti Edile Woman, legati ai Lush Rimbaud dalla collocazione geografica (entrambi vengono dalle Marche) e dalla produzione (fra le etichette partner dei due gruppi c’è la stessa Bloody sound).
Post punk dunque, con tutto quello che può evocare: frasi asciutte urlate fino a farle diventare slogan, un gioco di botta e risposta vocale e strumentale, pulsanti venature di basso, riff autonomi ed evidenti, tempo fortemente cadenzato, più trascinante in quelle tracce – quattro su otto – dove si alternano due batterie. Sono proprio queste a coinvolgere di più, come “Brain Fitness”: pura sollecitazione al movimento, comunicata dalle parole del testo e dal ritmo, tesissimo nella parte iniziale, contrariamente disteso nella conclusione, in cui prende la forma di una pseudo-marcia per un’irreale sala da ballo. Oppure la successiva “Oskar (say yeah)”, anch’essa dotata di doppie percussioni, in cui risalta la sincopata alternanza tra le voci. L’eccezione è rappresentata da “Flashing Elevator”, ipnotico pezzo strumentale costruito da spirali di chitarra su una regolare base ritmica, che si impone come uno degli elementi più interessanti dell’album.
SARA LODDO
IL TIRRENO. Furiosi e implacabili: suonano così i Lush Rimbaud, nuova scoperta della sempre attenta etichetta toscana FromScratch – qui in collaborazione con Sweet Teddy (Macerata) e Bloodysound (Ancona) – ormai votata al rock’n’roll più grezzo, quello che nasce dal blues viscerale e si consuma nel fuoco del noise. Anche in tale occasione non possiamo che approvare la scelta di fornire un’opportunità a questo quartetto di mettersi in mostra col primo cd ufficiale dopo un paio di cd-r e un 45 giri.
Come un treno in corsa, volutamente monolitico, il disco (8 tracce in 34 minuti) non si ferma mai ed è un piacere per gli amanti di sonorità ruvide e senza troppi orpelli. Voce sguaiata, chitarre sempre affilate, bassi pulsanti e scorbutici, una batteria che più pestona non si può e una tastiera tendenzialmente disturbante. Questi gli ingredienti del piatto fornito dalla band marchigiana, ed è un piatto davvero gustoso, a cominciare dal brano che dà il titolo all’album e le sue reiterazioni a base di synth, ma anche la conclusiva “Flashing Elevator” lascia il segno, coi suoi oltre sette minuti strumentali. In mezzo, giusto il tempo per citare anche la veemenza delle riuscite “Are You Shure…” e “Handjob From The Doorman” (www.lushrimbaud.com).
GUIDO SILIOTTO
SANDS-SINE. Eruttivi! Un fiume di lava ardente che distrugge, o con più sfrontatezza, purifica qualsivoglia – sotto – forma di soffocante immobilismo musicale di vocazione indie-rock.
I Lush Rimbaud, ringraziando qualche misteriosa e ricercata entità sopra-spirituale, fluiscono sempre più con successo nello smisurato sistema underground nostrano; e non poteva mancare, dunque, che dopo una ricca sfornata di demo, orgogliosamente auto prodotti – e anche un 7” uscito solo per la Eaten by Squirrels – i giovani marchigiani approdassero in sala di registrazione per il primo full lenght di – una vorace e ‘convulsa’ – carriera.
Anche qui, come nel debutto dei vicini Dadamatto, la ‘fissazione’ su supporto del sound è affidata a Mattia Coletti, mentre l’aspetto produttivo – da sottolineare – immortala il buon esempio rilasciato dall’apparato co-produttivo, messo in campo da alcune etichette indipendenti italiane.
Ciò che veramente ci interessa, però, è il succo acido, minimal-metronomico adottato & architettato dai Lush in “Action from the Basement”: la postura del gruppo è solidissima nel mostrarsi scattante, fondata su ritmi reiterati e nevrotico-maniacali, senza mai perdere da un lato, un senso di connessione (inter)logico con i canovacci più ‘seduttivi’ e di piacevole piglio, concessi dal robusto entourage melodico, insito nella band sin dalla nascita.
Cronologicamente si parte da una raffica di brani che difficilmente faranno sostare, anche l’ascoltatore più restio a danzare, seduti in poltrona.
Qualche esempio: il noise congenito di Action/Basement, con chitarre monolitiche ed una serie di ‘up ‘n’ down’ ritmici da paura; la maleducata verve Shellac-chiana di Are you Sure that Totally…; il punk-funk in soluzione noise di Brain Fitness; la ‘tersa’ essenza indie-pop di Oskar (Say Yeah); gli spaccati garage-blues in salsa Jon Spencer dell’accoppiata Handjob from the Doorman e Bus Stop Owner; le reminescenze fugazi-ane di Pirty Little Faggot, con l’occhio focalizzato a ‘discutere’ probabili e sfrontate vicinanze all’estetica di un Guy Picciotto.
Congiunge al termine l’intreccio di basso e chitarra ‘trasognato’ di Flashing Elevator (il marchio magmatico del suono di casa Chevreuil e Lightning Bolt) e cessa – purtroppo – anche l’incontro con questi ragazzacci: innamorati ed esperti ricercatori di un linguaggio alternativo e movimentato, che farà passare a molti la voglia – alle volte ottusa – di andare a ricercare, per forza di cose, della buona musica nei ‘grupponi’ super-pompati del momento, di sede fuori confine.
Sergio Eletto
KATHODIK. Primo pensiero: ascoltare quest’album e non muovere neanche un muscolo è praticamente cosa impossibile. Secondo pensiero: questo è il primo album prodotto (anzi coprodotto) in maniera “seria” dai LR (myspace.com/lushrimbaud) ed è anche il loro lavoro più maturo e “compiuto” (non posso dire migliore data la validità di quasi tutti gli album autoprodotti in precedenza). Precisazione: si diceva coprodotto, ebbene un grazie allo sforzo dei ragazzi di Bloodysound Fucktory ( myspace.com/bloodysound, da ringraziare anche per lo splendido artwork della cover apribile…grande Refo), di quelli dell’aretina fromSCRATCH (www.fromscratch.it) e del collega kathodiko Andrea Bontempo, sempre più attivo con la sua “dolcissima” Sweet-Teddy (www.sweetframe.com). Recensione: Finalmente andiamo al sodo e parliamo di musica, della musica dei Lush Rimbaud che si è evoluta parecchio dai tempi di Katanga. Mi spiego meglio: qui non c’è traccia minima di cavalcate stoner o sfuriatelle noise ma il sound della band si cementifica attorno ad un nucleo costituito da neutroni punk-funk, protoni indie ed elettroni rock impazziti (il mio pusher è un grande professionista – nda). Stupisce l’omogeneità dei pezzi, il loro “spessore” rock sapientemente incrociato con un’attitudine più spensierata e “dancy”, vengono in mente miriadi di influenze e gruppi diversi e questo è sempre buono. Si capisce che i quattro anconetani hanno passato pomeriggi su pomeriggi in cameretta ad ascoltare tutto il meglio dell’indie-rock del Vecchio e Nuovo continente (ok, ok, qualche nome: Trans Am, Fugazi, El Guapo, At the Drive-in, Death From Above 1979, Valina, Pavement, Liars, Shellac, Marvin, Oneida, Pixies ..e sicuramente ne dimentico parecchi altri) ma è anche evidente come siano riusciti a far confluire tutta questa massa di stimoli per creare un loro proprio marchio di fabbrica, un loro stile particolare, riconoscibile al primo ascolto. Permettetemi una genuflessione di fronte alle linee di basso di Mr.Giaccani (basso pure per gli “sporchi rocchettari” Jesus Franco e, in quest’album, anche nelle non troppo insolite vesti di cantante), una delizia anche per i padiglioni più esigenti: fluide, geniali, fanno ballare, danno emozioni, che cazzo vogliamo di più. Non si offendano gli altri: le due chitarre ovvero David “Cava” Cavalloro e Tommy Pela (front-man, cantante, tastiera) e il batterista Michele Alessandrini, l’anima dei Lush Rimbaud è divisa in quattro e la coesione è una delle migliori caratteristiche di questo gruppo.
Ok passiamo alle canzoni la tripletta iniziale (Action/Basement, Are You Sure that Totally Insured Means Totally Insured? e Brain Fitness) scivola dentro l’orecchie e arriva fino alle gambe per farle muovere…niente soste, niente pensieri..solo rock, ballo, divertimento (e penso che la tastierina di Pela è l’elemento nuovo che trasforma, inagilisce, “ballabilizza” ulteriormente il sound LR). Poi con Oskar (Say Yeah) si vira più verso il rock: che so pare di sentire i Sebadoh jammare con gli Strokes. Vabbè non vorrete che vi descriva tutti i pezzi uno per uno? Vi lascio un pò di mistero, no? Comunque, questo sì ve lo svelo, il congedo è affidato alla strumentale Flashing Elevator in cui ogni singolo strumento sembra non “dialogare” con l’altro, un’ addizione melodica che porta a un risultato convincente, un esercizio di stile per i nostri con un finale caoticamente corroborante. Conclusione: si ascolta, si ri-ascolta, si balla, si gusta fino in fondo e poi se ne pretende un altro a breve. Are You Ready for the Night Trip?.
Indiecultura.splinder.com. Album ufficiale e d’esordio per la band marchigiana Lush Rimbaud, oltre trentaquattro minuti di violenta agitazione elettrica. Dopo alcuni cdr autoprodotti ed un 7”, arriva (con la coproduzione di ben tre etichette) Action From The Basement, disco composto da otto tracce, vere e proprie scariche elettriche. Tommaso Pela (voce e chitarra), insieme a David Cavalloro e Marco Giaccani (rispettivamente chitarra e basso, oltre che voci) e a Michele Alessandrini (batteria), pare abbiano le idee molto chiare di cosa voglia dire suonare della buona musica. La band, formatasi a Falconara nel 1998, sembra muoversi nella giusta direzione. Brani altamente coinvolgenti come Action/Basement o Are You Sure That Totally Insured Means Totally Insured? solo per fare alcuni nomi o la magnifica track di chiusura, più tranquilla ma non per questo meno malata, Flashing Elevetor. Sono questi tutti indizi che fanno capire quanto il disco in questione sia valido, indubbiamente un buon esordio.
FREAT OUT Dopo alcuni anni a registrare una manciata di piacevolissimi cd-r, finalmente i falconaresi Lush Rimbaud esordiscono con un cd ufficiale edito da una cooperazione tra FromSCRATCH/Bloodysound/Sweeteddy. Il loro sound è molto compatto e gli anni trascorsi a cercare di capire dove dovessero dirigersi, tra concerti e registrazioni, hanno dato i loro frutti. Questo esordio ha un’ottima struttura post-punk della migliore scuola statunitense. I richiami ai lavori di Mission Of Burma dei primissimi anni ’80 sono frequenti (“Are you sure that totally insured means totally insured?”), ma la cosa più intrigante è quando il quartetto marchigiano vuole sconfinare con le chitarre circolari e mat(h)ematiche. Altra caratteristica essenziale di questo lavoro è l’uso del sintetizzatore, il cui uso ricorda quello dei Suicide, grazie alla modalità con cui lo utilizzano per martellare, spesso con la giuste dose di acidità elettronica (“Oskar”). Ovviamente il primo amore non si scorda mai e quindi viene riservato, saggiamente, dello spazio al punk-grunge, in stile primi Mudhoney, ma più martellanti e più ritmici in “Brain fitness”. Le chitarre circolari emergono anche nel post-punk noise di “Dirty little faggot” ed il finale è degno di un ottimo esordio con i 7’ 25’’ di “Flashing elevator”, nella quale per i primi cinque minuti il sound è compatto e strutturato con una circolarità rassicurante, spezzata dall’incupimento finale.
Vittorio Lannutti
COMUNICAZIONE INTERNA Un paio di cd-r ed un 7” alle spalle, ed ecco che i marchigiani Lush Rimbaud giungono al debutto su lunga distanza supportati da una joint venture di etichette comprendente FromScratch, Sweet Frame e Bloody Sound. In compatta formazione a quattro, i nostri intersecano traiettorie electro-wave su irruenti slanci post-punk attraverso un cantato inacidito, guizzi continui di chitarra, linee corpose di basso, fremiti convulsivi di synth, e martellamenti di una batteria (quando non due) a dir poco scatenata.
Un calderone ritmico nel quale ribollono Fugazi, Disco Drive, i Death in Vegas delle “Contino sessions” (l’incedere ipnotico di “Flashing elevator”), le produzioni marchiate DFA, gli International Noise Conspiracy più selvaggi (l’incendiaria “Are you sure that totally insured means totally insured?”), gli Shellac e gli El Guapo.
Una band con energia da vendere e nulla da invidiare a tanti colleghi più furbescamente dancey e meno vigorosamente punk-noise: date loro il tempo di aggiungere ai propri brani un pizzico ulteriore di imprevedibilità e allora sì che ne sentiremo davvero delle belle!
Guido Gambacorta
SENTIREASCOLTARE. Un assalto all’arma (funk) bianca. Questo in una definizione semplice e diretta il primo vagito sulla lunga distanza del quartetto marchigiano. Un assalto incompromissorio e spregiudicato, di quelli che se ne sbattono dei trend e partono decisi a non fare prigionieri. Sin dall’iniziale Action/Basement la musica prende allo stomaco e non si smette di battere il tempo coi piedi e di muovere il culo: un viziosissimo anthem p-funk in overdrive ripetuto all’infinito con tanto di doppia batteria a cassa dritta simil-techno nel refrain centrale. Quasi una chiamata alle armi, tanto per rimanere in ambito guerresco: l’azione viene dalla base, giova ricordarlo anche a mo’ di ritornello.
Poco più di 5 minuti e si è già accerchiati e fatti prigionieri di un suono non innovativo, sentito e risentito, trito e ritrito quanto si vuole ma letteralmente impossibile da togliersi dalla testa.
Ormai in balia dei quattro, si cede sempre più nelle debordanti schizofrenie di Brain Fitness: dal rock energico e ballabile dei primi due minuti si passa ad un moloch oneidiano che frantuma il cervello e con esso le ultime resistenze dell’ascoltatore con una ossessiva reiterazione di un giro di synth.
Alla fine, provati ma ormai tutt’uno col nemico, vittime della sindrome di Stoccolma, ci si abbandona all’orgiastico attacco di Flashing Elevator e lì, in quei sette abbondanti minuti di paranoia, molti nodi vengono al pettine: si intravede in lontananza dietro gli avamposti, il campo nemico popolato da fantasmi più o meno agonizzanti di new wave grigiamente e ossessivamente british, di ossessività industrial made in Sheffield, di reiterata meccanicità aliena ed alienante e di un senso del ritmo che solo la perfida Albione è riuscita a produrre. Ottimo esordio, non c’è che dire.
Stefano Pifferi

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