Lush Rimbaud' - the sound of the vanishing era
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LUSH RIMBAUD – the sound of the vanishing era (LP-CD)

€5.00€10.00

1. sounds from a vanishing era 2. 2009 crusade3. they make money (we make noise)
4. god trip5 .space ship
6 . sounds from a new era
7. changing gear
8 . the chameleon
9. streamreceptor (BONUS TRACK only in CD)

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Product Description

ARTIST: Lush Rimbaud  ALBUM: the sound of the vanishing era  YEAR: 2009 FORMAT: CD – LP (CD version contains BONUSTRACK) - Cat. Nr.  fschr17-21

“If you’re looking for a post punk meets industrial strength electro and kraut rock assault on the senses then Lush Rimbaud have got what you want!!!”

LUSH RIMBAUD IS: tommaso pela (vocals, guitar) / david cavalloro (guitar, vocals) / marco giaccani (bass, vocals) / michele alessandrini (drums)

REVIEWS:

N16 MAGAZINE (UK): In bygone days Lush Rimbaud’s home town of Falconara, next to the port of Ancona on Italy’s east coast, was the hub of the country’s locomotive network. Latterly it has spawned a music scene of growing influence. Centered around the activities of the band, booking agencies Caps & Tuna and Hot Viruz, it has also been the hub of a mutual gig exchange network for Stoke Newington and Italian bands. Fittingly, ‘The Sound Of The Vanishing Era’ – follow up to the forward looking elctropunk of ‘Action From The Basement’ – begins with the sound of chuffing trains, which snake into writhing hypnotic drum beats locked onto raw, anthemic guitars, synthesized basslines and seething, witty-politti lyrics. Released on vinyl (with free cd for the older generation) with a hand-etched cover featuring anarchist philosopher Errico Malatesta riding a chameleon-headed cow into a rainbow. Inside, sounding like a magnificent, desperate attempt at salvation for a rapidly disappearing Italy, before Berlusconi finally facelifts the country, fake tanned and smiling, into his world of titty-tv, masonic mausoleums and political polenta. It explores deeper and darker into electro rock n’ roll territory than it’s predecessor and also includes a cameo from local poet/drummer Jan Noble, reading a translation of one of Malatesta’s freedom championing monologues over an echoing, neo-Neu rockout. Pete Bennett

KOMAKINOzine: From Falconara, next to Ancona, Italy’s eastern coast, these four guys are at their second full-lenght release, – this time co-produced by six local indies, three years since Action from the Basement CD, – a nice introduction to their music inventiveness. This new chapter of Their life into sound looks like a mature step focusing over the frenzied side of obsessive acid rhythma and noise-dissonant post-punk barriers: and when bands make things seriously, – me, as listener, – i turn kind of hard to please. Dance punk percussions hard beating (great work) – maybe the real spinal column of the whole tracklist, – aching synths, two male vocals (good on 2009 Crusade), chaos filled with broken anti-pop tunes (Changing Gear), feedbacks, abrasive bass lines: the whole album has got an explosive load for sure (the perfect intro and following breathless throw of They Make Money (We Make Noise)), – and, although i personally feel like the memorable track is still missing here, – each song well anchors to their blasting conceptual feeling. A lot of released energy, – often turning irresistible, like with God Trip, as well as the synth-sound driven Space Ship, and the long post industrial fugue, drums plus percussions, of Sounds From A New Era. A good record, sometimes distressing because of its caustic mono-choice, yet with good patterns and schemes of frenetic manipulation of the subject. One last worthy note to the album cover art, colourful made by Rocco Lombardi. Pall Youhideme

FUORIdalMUCCHIO Aprile ’10: Uscito nel 2007, “Action From The Basement”, il primo album targato Lush Rimbaud, ha dato una certa visibilità agli anconetani, arrivando a suscitare anche l’interesse del settimanale britannico “New Musical Express”, il quale ne lodava l’impatto sonoro, nella fattispecie parlando di “teso flusso sonico” e “ipnotica andatura elettronica”. Il seguito, “The Sound Of The Vanishing Era”, registrato da Fabio Magistrali, ribadisce la potenza di tiro dei quattro, e la loro propensione a mescolare gli schemi ciclici e ripetitivi di certo krautrock con una fresca e convincente passione per il post punk britannico più tagliente. Caratteristica quest’ultima che nel trapestio di “They Make Money (We Make Noise)” lascia nell’aria una vaga traccia della misantropia sferragliante dei Fall. La tempesta elettrica, volutamente pestona, selvatica e un po’ sconnessa (ma capace di aggregarsi in vortici di sequencer) di “Space Ship” è un livido incubo elettro-country, pieno di entusiasmo però, che non può lasciare indifferenti, e infatti ci convince ben presto di essere il brano migliore del lotto. All’interno di un disco che, in ogni caso, è bello denso e pieno di energia, e non ha momenti di stanca, attraversato com’è da una persistente e molesta tensione elettrica. Bravi, e parecchio. Alessandro Besselva Averame

NERDS ATTACK!: Sembra passata una vita da quel lontano 2007, anno in cui gli anconetani Lush Rimbaud debuttavano con un album fragoroso per poi passare anche sul palco romano del Sinister Noise Club. Una vita spesa bene, se è vero che questo secondo capitolo (prodotto dal team di etichette FromScratch, Brigadisco, BloodySound, HotViruz, SweetTeddy e NarvaloSuoni) è un montante destro in pieno volto. Dove il protagonista principale è l’anarchico Errico Malatesta (il barbuto raffigurato nella copertina per una grafica opera di Rocco Lombardi) ed i suoi scritti che fanno da ideale sceneggiatura per un disco profondamente influenzato dalle reiterazioni del kraut rock. Ma non solo. Quella del quartetto marchigiano è musica visionaria. Cardio-accelerata. Cerebro-nervosa. Lanciata in orbita nell’universo sconosciuto. Uno dei picchi più alti della musica underground tinta di bianco-rosso-verde. Con un trittico finale (cosmico) da far paura. [****1/2] Emanuele Tamagnini

laSCENA: Li amo. Perché li amo. Vuoi sapere di più? Va bene. Allora ti dò un indizio. I Lush Rimbaud avanzano con un’attitudine punk che pervade tutto questo “The Sound of The Vanishing Era”, tanto che – ad esempio – dopo i primi 8 minuti ti convinci che la batteria sia uno strumento capace di fare solo quello che senti nei suddetti 8 minuti di fuoco. Come direbbe l’eminente filosofo Bugs Bunny, Tu certamente sai che questo significa guerra. E infatti, così è. Ogni numero, una tessera del mosaico composto al solo scopo di essere distrutto e utilizzato come risorsa per il tiro al bersaglio contro l’insano piccione. Se fino a They make money (we make noise), rimanere immobili come statue e col sorrisetto beffardo stampato sulle labbra a dimostrare sincero ma contenuto apprezzamento era abbastanza deprecabile, arrivati a God Trip, chi non balla è scemo. Poi c’è una specie di polka spaziale e un convegno intergalattico di campionamenti vocali contraddistinti da splendido ed impeccabile accento. Scusa, sto entrando in galleria e per due anni potresti non sentirmi più. Mi rendo conto della follia di tutto questo, ma provaci tu. Provaci tu a descrivere l’entusiasmo per l’eutanasia della noia. Basta. Mi sono rotto di te. Di te e del tuo proposito di scrutare in modalità intensiva i lacci delle mie scarpe per scoprire l’errore alla base della loro scarsa resistenza agli assalti del tempo. Datti pace. Il mocassino si è sempre dovuto scontrare con l’idiozia dell’assunto secondo cui un lungo e flaccido filo cubico in cuoio dovrebbe mantenere l’intreccio. Ecco, questo è quello che penso di “The Sound of The Vanishing Era”. Un disco che ti permette di non chiederti perché o come. O meglio, non te ne dà il tempo. E questo, in definitiva, è un cazzo di pregio. Eccome se lo è! Ruggero Trast

TROUBLEzine: Il secondo album dei marchigiani Lush Rimbaud solo per la title-track che apre il disco varrebbe il costo di acquisto. Sounds from a Vanishing Era è una bomba ad orologeria che si allontana leggermente dalla nu-rave degli esordi dando un respiro ed una anima decisamente più importante alla band che si sposta su atmosfere alternative e post-rock, che però non diventano come spesso capita di difficile digestione perchè il gusto per le melodie resta sembra ben impresso in ogni passaggio di questi spettacolari sei minuti e passa che aprono l’album. L’inizio è talmente buono che il disco poi inevitabilmente cala, anche se non mancano diversi altri ottimi passaggi in cui l’incastro tra sintetizzatori che quasi sempre guidano i brani e chitarre riesce particolarmente bene, specie nella parte centrale con una They Make Money (We Make Noise) che guarda al punk e che potrebbe tranquillamente diventare un inno rave da qui a breve o Space Ship che ossessiona con i suoi ritmi ripetuti. Decisamente una seconda opera molto molto convincente che offre ai Lush Rimbaud spazi ben più importanti della (generalmente) ristretta platea italica, un disco che se entra nei canali giusti può davvero conquistare parecchia gente in Europa diventando la sorpresa di questo 2010. George

SALTINARIA: Li ascolti e non ci credi, li riascolti e ancora non ci credi. Ma è possibile che siano italiani? Tutto vero, i Lush Rimbaud sono italianissimi, e con “The Sound Of The Vanishing Era”, confermano quanto di buono si pensava di loro dopo i primi due album. Stile nord europeo, grinta italiana. Otto tracce coinvolgenti e sconvolgenti per intensità e carica emotiva. Album che scorre via tutto d’un fiato senza pause e senza buchi. Li ascolti e non ci credi, li riascolti e ancora non ci credi. Ma è possibile che siano italiani?Tutto vero, i Lush Rimbaud sono italianissimi, e con “The Sound Of The Vanishing Era”, confermano quanto di buono si pensava di loro dopo i primi due album. “Sounds From A Vanishing Era” apre il disco con un crescendo di intensità notevole. Sei minuti di carica adrenalinica che fanno da antipasto ad un lavoro davvero ben fatto. Nessuna delle tracce del disco è messa lì tanto per riempire, tutto calza a pennello.“2009 Crusade” e “They Make Money (We Make Noise)” sono echi di punk e post-punk da eccitazione pura. Sferragliare di chitarre in “God Trip”, note sintetiche in “Space Ship” e “Sounds From A New Era”. Elettronica allo stato puro ti trasporta in una dimensione futuristica in “Changing Gear”. Il disco si chiude con “The Chameleon”, il cui messaggio sembra essere “vi abbiamo bastonato per tutto il disco, adesso state buoni lì e pensate a quello che avete ascoltato…”.I Lush Rimbaud meritano di essere ascoltati con attenzione, e con pieno godimento. Per loro dovrebbe essere questione di momenti, e la platea europea si accorgerà di questo gruppo nostrano, capace di sconvolgerti la mente con trentaquattro minuti di punk psichedelico. Complimenti. Eugenio Iannetta

ROCKLINE: Introdotto da una copertina bizzarra e carica di reminescenze psichedeliche (realizzata dall’artista formiano Rocco Lombardi e ritraente il teorico anarchico Errico Malatesta), The Sound Of The Vanishing Era rappresenta il secondo capitolo di studio dei quartetto riunito sotto il moniker di Lush Rimbaud, che ritorna a distanza di due anni e mezzo dall’esordio Action From The Basement. Ipnotico e graffiante, il disco costituisce un’ambiziosa sperimentazione a cavallo fra i lidi meno convenzionali del Punk e la follia Psych/Kraut che scava nella dimensione degli anni Sessanta/Settanta; l’esplosiva commistione tra l’acidità delle chitarre, la carica travolgente delle sezioni ritmiche e gli effetti cacofonici di stampo Noise risulta un elemento raro da scovare all’interno dell’ormai florido panorama indipendente italiano e per questo apre nuove prospettive per una formazione giovane ma ricca di interessanti soluzioni stilistiche. Quella dei Lush Rimbaud può essere considerata una sorta di riscoperta dell’avanguardia degli anni Sessanta, mediata da una spiccata sensibilità Post Punk e Noise memore delle rispettive scene inglese e americana: la testimonianze più vive di questo peculiare registro sono conferite dalla titletrack, che apre l’album con i suoi toni densi di follia, e dal singolo 2009 Crusade, intriso dell’anima marcia del Punk più tagliente e anticonformista. Sebbene They Make Money (We Make Noise) non risulti all’altezza delle precedenti tracce, a causa dello scontato binomio interpretazione vocale-andamento strumentale vorticoso, l’album garantisce un momento di elevata freschezza timbrica con God Trip, frammento incastonato fra tradizioni musicali opposte che si conciliano per l’occasione. Quest’ultimo episodio ritrae al meglio l’universo Lush Rimbaud, dove non esiste spazio per l’introspezione posata ma è il crudo istinto a regnare sovrano. Ritmi di stampo Electro e destrutturazione del concetto di canzone sono invece gli aspetti centrali di un esperimento come Space Ship, che porta all’esasperazione la carica interna all’album. L’inquietudine che permea poi Sounds From A New Era ripercorre da vicino i meandri più spettrali della scuola di Modern English e This Heat poiché voci narranti emergono da un substrato colmo di effetti, divincolandosi all’interno di quello che appare sempre più come un incubo lontano dagli stilemi del panorama indipendente nazionale. Non manca neppure un tocco di malata Psichedelia mista Sludge che rievoca il tormento strumentale dei Morkobot in un brano come Changin Gear, prima di lasciare a The Charmeleon il compito di concludere l’opera con la sua indole soffocante e non priva di una patina di disagio. In definitiva il four-piece di Ancona riesce a sorprendere per una versatilità stilistica e una padronanza tecnica comuni a poche formazioni del sottobosco sperimentale underground. Nonostante alcune sezioni di The Sound Of The Vanishing Era evidenzino ancora la non completa maturità dei Lush Rimbaud, si devono premiare gli sforzi profusi da questa realtà emergente, i cui margini di miglioramento sono ancora ampi e lasciano percepire un futuro ricco di soddisfazioni e di nuovi traguardi. (73/100) Edoardo Baldini
HATEtv: I Lush Rimbaud pubblicano il loro album numero due per una co.co.co…produzione che vanta le firme FromSCRATCH, Brigadisco, Hot Viruz, Sweet Teddy, Narvalo Suoni e Bloody Sound Fucktory. Un genere alternativamente innovativo, un suono aggressivo ed esagitato, ma dotato di una bontà di fondo che non crea pericoli nell’essere da esso sopraffatti, anzi al primo ascolto – dato con attenzione – se ne comprende la forza, una forza addirittura atuorigenerante. La loro musica gode di un suono fresco, sveglio, carico e rapido. Non da spazio a ripensamenti ed è uno sfogo continuo. La prima traccia, Sounds from a Vanishing Era, il cui nome si rifa a quello del disco, è la più lunga e si presenta come una specie di generale introduzione all’album stesso. Davvero ritmi concitati, la batteria è sempre dietro a picchiare giù sui vari piatti e tamburi, le chitarre impazzite sfornano ghirigori musicali sfrontati, in continuo loop evolutivo, ed ogni momento è simile a quello successivo, ma non uguale, come ad esempio in They Make Money (We Make Noise). L’uso della voce distorta, spesso alta, ci fa sentire in corsa, i contro tempi ci sbattono addosso. Dinamicità è la parola chiave di questo album. Ragionata velocemente anch’essa. Ad esempio God Trip o Space Ship, brani in cui la struttura della canzone è distrutta, i suoni risultano maturi ed è evidente una costante ricerca di un qualcosa sempre nuovo, questo è l’effetto che viene regalato durante l’ascolto, anche se a volte questa percezione è solo un’illusione. E questo è importante, poichè è un’illusione mai svelata. E piace così. Infinite atmosfere le si possono trovare in Sounds From a New Era in cui un groviglio di chitarre e synth davvero spaziali spingono a visioni futuristiche da far invidia al Doctor Who & company. Changing Gear mantiene alte le tematiche dei contro tempi, basso (davvero un gran basso in questo pezzo) e chitarra sono altamente schizofrenici, il sound è così punk elettrico da sembrare quasi un pezzo new rave. The Chamaleon chiude degnamente il tutto con un’intro lungamente ipnotica, una parte tardo-centrale cantata forse volutamente molto corta e poco strumentata e un corale climax finale da dire, fateci un applauso. Davvero bravi. Alessandro Rabitti

INDIEforBUNNIES: Suggestioni Kraut, derivazioni Post – Punk e reminescenze Psych, con grande tendenza al degenero sonoro quanto anche a ritmiche secche e a pezzi più tirati. Nessuno, non conoscendo la provenienza dei Lush Rimbaud, si immaginerebbe che tutto ciò sia nato nella città di Ancona. Eppure sì, anche in Italia certe sonorità si sfruttano e lo si fa piuttosto egregiamente. L’ensemble italico sigla con “The Sound Of The Vanishing Era” il suo secondo disco, registrato e missato da Fabio Magistrali. L’idea che fornisce di sé è quella di un gruppo dal suono compatto, che si muove con la consapevolezza dei propri mezzi e delle sue capacità. Otto episodi e nessuno di questi sa di riempitivo: non è in assoluto una cosa scontata. I Lush Rimbaud non lasciano spazio a lungaggini e sbrodolature, ma puntano sull’essenzialità e soprattutto su una efficace convivenza, come già scritto sopra, di brani più elaborati e vicini al viaggio sonoro con pezzi ossessivi, influenzati da Post – Hardcore e dal Post – Punk, senza però mettere in ombra la loro vena allucinogena. La title – track d’apertura, per ritmica e per trama strumentale, potrebbe esser stata partorita da una band come gli Oneida, mentre nei passaggi successivi vi sono tracce come “2009 Crusade” o “They Make Money (We Make Noise)”, che sanno di Fugazi e Jesus Lizard. “God Trip” e “Space Ship” sono, invece, titoli che parlano da soli senza bisogno di troppe spiegazioni, con la componente Kraut a far da padrona. Si torna sulla falsariga dell’incipit con la tripletta finale, che scardina corposi muri di chitarre che lottano con i synth e le mai banali ritmiche del basso e della batteria. Un disco, “The Sound Of The Vanishing Era”, che forse non si fa portabandiera dell’originalità e dell’innovazione, cose che però poco ci interessano ai fini della valutazione di un lavoro riuscito e centrato, che sfrutta, con discreta personalità, gli stilemi di generi da tempo esistenti dai quali tanti gruppi hanno già attinto, in passato come adesso. Non resta dunque che godere anche di questo gruppo nostrano, che sicuramente regalerà bei momenti agli amanti di certi suoni. Marco Renzi

MESCALINA: Non guardate con occhi maligni questa buona realtà italiana di Ancona: ce ne fossero di gruppi capaci di farci assaporare questa carica di pura adrenalina rock and roll. Solo perché i Mission Of Burma sono recentemente tornati a visitare i vostri lettori ammaliandovi con un disco esplosivo, non significa che i Lush Rimbaud non siano all´altezza di certe prodezze. Qui siamo all´energia più pura, linea melodica sviluppata in un sorta di catena di montaggio, fino a giungere ad ampi spazi fluttuanti e ´tripaioli´: carica e ancora energia, l´operosità di brani come ´2009 Crusade´ e ´They Make Money´ fanno breccia a discapito di uno stile più “space rock” bene rappresentato da ´Sounds From Vanishing Era´ e da ´God Trip´ in cui suoni echeggianti fanno da contorno a cavalcate psichedeliche tendenti allo stoner-rock. Il quartetto usa facili ingredienti per catturare l’attenzione, innanzitutto in questo gran casino post-punk lentamente rilascia melodie apprezzabili e ricercate, non eccede nel tecnicismo anche se le raffiche ritmiche, le liriche libertarie ed ipnotiche e i cambi di scena sono abilmente serviti come il piatto migliore consigliato dallo chef. Durezza e passione sembrano avere unito questo quartetto proveniente dalla provincia italiana, formati nel 1998 e già al secondo disco ufficiale firmato dalla sala di regia dal buon Fabio Magistrali. I complimenti sono dovuti, non necessitiamo nemmeno della verifica live, perché certe tirate soniche prese in diretta danno l´idea di quello che la band sa fare; per tanto i migliori in bocca al lupo e Rock and Roll!!! Vito Sartor

PANOPTICONmag: Il suono di un’era che scompare, decadente e distruttivo, ma sicuramente non rassegnato. Diciamo subito che c’è un filo conduttore che si rintraccia in tutto il disco che è fornito dall’anarchico del secolo scorso Errico Malatesta (che appare anche in copertina mentre cavalca un muccaleonte spaziale in un’opera di Rocco Lombardi). I Lush Rimbaud prendono la figura del filosofo e ne danno una rivisitazione moderna e intergalattica, rendendolo fonte d’ispirazione per il nuovo disco, Sounds of a Vanishing Era, in uscita per un collettivo di diverse etichette indipendenti. La genuina attitudine post punk che li caratterizza sin dagli esordi crea il giusto pathos intorno all’immaginario appena descritto, dando origine ad un lavoro che ha ricevuto attenzioni anche da critica e pubblico al di fuori dei confini nazionali. In “Sounds of a New Era” sono le stesse parole di Malatesta narrate in inglese, cariche di ferrea anarchia, a fare da protagonista, quasi una risposta d’orgoglio al messaggio dato con l’iniziale “Sounds of a Vanishing Era”. Si passa per il punk noise di “2009 Crusade”, attraversando territori che toccano il math rock, come in “Space Ship” e “Changing Gear”, fino ad arrivare alle fluide e veloci melodie dell’ironica e riuscitissima scheggia punk “They Make Money (We Make Noise)”. I ritmi sono quasi sempre serrati pur accusando un po’ di calo con lo scorrere delle tracce. Le melodie sono ruffiane quanto basta per catturare anche l’orecchio più diffidente verso tali suoni, anche se forse il difetto maggiore lo si riscontra negli innesti vocali. In definitiva un lavoro che lascia evidenti margini di miglioramento per una band dal grande potenziale. We believe in you. (7/10) C.M.

AUDIODROME: The Sound Of The Vanishing Era parte con il botto, nulla da eccepire in proposito: la title-track si insinua sotto pelle e trascina all’interno di un vortice polimorfo in cui tra feedback, synth, ritmi trascinanti e melodie vocali sghembe si rischia di perdere il senso dell’orientamento e venire sommersi dall’onda. Difficile ingabbiare la scoppiettante formula della band marchigiana all’interno di facili definizioni di genere o stile, visto che al suo interno sgomitano e si rincorrono umori cangianti e soluzioni inaspettate. Il resto dell’album segue il percorso a colpi di post-punk, post-rock, nu-rave, electro-beat e chi più ne ha più ne metta, il tutto amalgamato da una scrittura tanto eclettica, quanto riconoscibile e personale. A far da cornice alla musica, un artwork a firma Rocco Lombardi su cui troneggia Errico Malatesta a cavallo di una chimera dal muso di camaleonte e dal corpo di vacca, con il mondo a fungere da manto, un’immagine dai molti rimandi simbolici e dalla grande forza evocativa. Il premio per il miglior titolo va a “They Make Money (We Make Noise)”, vero e proprio manifesto programmatico di una formazione che fa del rumore melodia e viceversa, così da dar vita ad una girandola di sensazioni cui la velocità di rotazione fa da collante. Alla lunga, l’effetto si stempera lievemente, ma la visione d’insieme rende giustizia ad un lavoro cui non difetta di certo la capacità di catturare l’attenzione e di imprimersi nella memoria. Per onnivori di ogni genere e specie. Michele Giorgi
INDIEzone: I Lush Rimbaud sono al terzo album, e mi dispiace di scoprirli solo adesso. Già mi incuriosisco quando, leggendo la cartella stampa, scopro di un loro precedente singolo intitolato “Remember Sammy Jenkis”, citazione che chiunque abbia visto il film Memento non può non cogliere, poi ascolto dopo ascolto mi convinco sempre di più di essere di fronte ad un gruppo dalle grandissime potenzialità. Già ma cosa fanno i Lush Rimbaud? Bella domanda: sostanzialmente un mix di noise e post punk, solo che il tutto è frullato in così tante salse da sfuggire a facili catalogazioni. Negli 8 brani dell’album c’è spazio per intro-noise lunghi ma appaganti che si aprono su riff di chitarra incrociati e decisamente azzeccati (“Sounds From A Vanishing Era”), energiche variazioni sul tema post punk (“2009 Crusade”), accelerazioni punk galvanizzanti e mai banali (“They Make Money (We Make Noise)”), mix efficaci fra potenza ritmica stonerosa e chitarre delayate da space rock (“God Trip”) e attacchi sonori a base di feedback e synth (“Sounds From A New Era”), fino ad affacciarsi su un miscuglio doom-elettronico (“Changing Gear”) forse un po’ confuso ma che si propone come migliore esempio della varietà di suoni e situazioni che si respira nell’album. Il disco si chiude con “The Chamaleon”, forse un po’ ridondante nelle sue atmosfere (quasi) rilassate e cadenzate (difetto, la ridondanza, che si coglie anche in “Space Ship”, dove il drumming da marcia appiattisce forse un po’ il risultato finale) ma capace di sfigurare rispetto al resto solo perché di spunti per deliziare le orecchie ne sono già stati sparsi in abbondanza. Il gruppo ideale per chi cerca suoni ed atmosfere sempre differenti, ma comunque accomunate da un’energia ed una visione globale che riescono a far quadrare il cerchio e a dare l’impressione di aver sentito 8 variazioni di un tema unico più che 8 tracce di caos sonoro allo sbando. Pollice molto in alto! (4/5) Stefano Ficagna
KATHODIK: Gli anconetani Lush Rimbaud ci riprovano – meno male – con un nuovo album. Si rimettono a tavolino, si tirano su le maniche, si sfondano le orecchie con tanta e buona e giusta musica psichedelica, “krauta”, elettronica e vergano con la penna e il pennino il suddetto ‘The sound of vanishing era’. Che snocciola brani uno dietro l’altro senza smagliature, compatto, articolato e perso nel dolce vagare dell’”oceano di suoni”. A cominciare dall’inizio, senza perdite di tempo, basta ascoltare Sond of vanishing era, brano di apertura che riprende in parte il titolo, chiaro punto di partenza senza equivoci che rimanda agli Oneida più intriganti, e continuando per 2009 crusade, dove i nostri mostrano di aver studiato la lezione della scuola Dischord, e si producono in un brano tirato senza fronzoli. Con God trip invece sentono i Devo e ci aggiungo un pizzico di noise che non guasta, producendo un adeguato mix di suoni e rumori new wave; in Space ship si dilettano in un bel calderone cow-punk, che fa venire in mente i Gun Club. In Sounds from a new era i Lush Rimbaud ci provano veramente a realizzare il proposito annunciato nel titolo, prendono il kraut rock, la psichedelia, il post punk e grazie alla loro bravura producono un pezzo che fa viaggiare, riflettere, meditare ma non ammorbare, cosa rara di questi tempi. Così via discorrendo fino alla fine che non è mai veramente la fine, basta – operazione consigliata – ripremere play sul lettore, o alzarsi e riposizionare la puntina. (4/5) Marco Paolucci

ROCKON: Martellanti e devastanti come pochi altri oggi in Italia, i marchigiani Lush Rimbaud si lanciano come un treno in corsa, con i freni andati a male, non temendo di schiantarsi per pura ingenuità e sottovalutazione del pericolo. “The sound of vanishing era”, secondo lavoro sulla distanza del quartetto di Falconara, non dà tregua all’ascoltatore vuoi per il ritmo ossessivo, vuoi per le chitarre taglienti o ancora per il noise che traspare in tutte le otto tracce. I Lush Rimbaud poi omaggiano Enrico Malatesta, raffigurato in copertina a cavallo di uno strano animale, forse nello spazio, da dove guarda noi povere vittime del liberismo economico, che non sono state in grado di ascoltare minimamente i filosofi dell’anarchismo ed oggi eccoci qua a combattere contro i mulino a vento della corruzione e del razzismo. Non a caso i quattro musicisti ci fanno vorticare nel noise punk di “They make money (we make noise)”, infatti, alla fine meglio rifugiarsi nella musica e soprattutto nel punk-noise. Quello realizzato dai Lush Rimbaud è di ottima fattura, grazie anche all’ottimo lavoro di produzione svolto dal Fabio Magistrali, ed in certe occasioni fa tornare alla mente quello dei bostoniani Mission of Burma. Il loro noise poi non prescinde dal math, qua reso molto più caldo, rispetto al sound dei Battles (“Sounds from a vanishing era”), così come un ipnotismo proprio della new wave (“Sounds from a new era”). Coinvolgente ed intrigante risulta poi “Changing gear”, nella sua algida cacofonia martellante, così come è allucinata “God trip”, avvolta in un noise psicotico, che ti entra in testa e non te lo togli più. Il sound c’è ed il gruppo è in corsa, che il viaggio continui molto a lungo. Vittorio Lannutti

l’URLO: Errico Malatesta vive. Ufficialmente spentosi nel 1932, ma recentemente disibernato, il vate italiano della rivoluzione anarchica è alla guida di una navicella spaziale aero-anfibia a forma di pesce. Pronto ad ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi, anche oltre i cieli terrestri, contro mostruose quanto diaboliche creature mutanti e grandi fratelli che cavalcano alati tirannosauri. Un riproduttore musical-nucleare spara no stop nell’abitacolo della cabina “The sound of the vanishing era”. Ovvero l’ultima fatica in doppia veste vinile-cd assemblata dai Lush Rimbaud. Un suono e un’era nuovi quanto evanescenti, dove regnano caos e confusione, quelli immaginati e proposti dal quartetto anconetano in costante rampa di lancio ad Ancona. Tommaso Pela (voce, chitarra e synth), David Cavalloro (chitarra e synth), Marco Giaccani (basso, theremin e voce) e Michele Alessandrini (batteria) ci regalano un eclettico album di punk psichedelico e visionario. Dove le dimensioni spazio-temporal- auricolari, stravolte e in espansione, ambientano un viaggio lisergico e conturbante. Alla ricerca e conquista di mondi migliori possibili. I testi, ispirati anche e non solo da Malatesta – il quale, raffigurato nella bellissima copertina, scruta orizzonti di libertà e giustizia sociale – si sposano con un tappetto, anch’esso volante, di sei corde acide e strippate, percussioni martellanti e pneumatiche, decibel sintetici e calamitanti, litanie ipnotico-melodiche. New space rock, ultra-kraut, post progressive wave? Difficile e inutile tentare di etichettare i Lush di questo lavoro in otto tracce che – dopo un percorso iniziato nel 1998, scandito da una manciata di ep e, nel 2006, dal deragliante cd “Action from the basement” – risulta alimentato da una vena espressiva pienamente matura e affatto parca di originalità. Registrato con consueta ed estrema professionalità da Fabio Magistrali e coprodotto da FromScratch, Brigadisco, BloodySound, Hotviruz, SweetTeddy e NarvaloSuoni, “The sound of vanishing era” rappresenta una delle migliori espressioni di una certa scena indie italiana. Quella più virtuosamente inquieta e creativa, incompromissoria a fronte delle sirere di mercato. Capace di emozionare e sedurre quel pubblico senza confini che non ha mai rinunciato ad “hard & good vibrations”. Giampaolo Milzi
ONDAROCK: Seguito di “Action From The Basement”, una raccolta di esagitato post-emo ballabile, spesso basato sui synth che sostituiscono quasi in toto la chitarra, “The Sound Of The Vanishing Era” attesta anzitutto la crescita dei Lush Rimbaud, un quartetto con base a Ancona formato da Tommaso Pela (chitarra, synth), David Cavalloro (chitarra, synth), Marco Giaccani (basso, theremin), tutti e tre anche alle voci, e Michele Alessandrini (batteria). Il nu-rave dell’esordio acquista in “The Sound Of The Vanishing Era” un uso più vario: sincopi, synth sbriciolati, chitarre acide, oltre – per assurdo – a un sound più poderoso, quasi progressivo, ben oltre gli inflazionati anthem di “Action From The Basement” (“Sounds From A Vanishing Era”). Se “2009 Crusade” e lo squilibrato “God Trip” si rimangiano tutto, al punto da sembrare scarti riciclati, altre attestazioni di crescita sono “Space Ship”, una decostruzione wave in stile “Sheets Of Easter” degli Oneida, e “Sounds From A New Era”, con percussioni aggiuntive e feedback oscillante. Anche “Changing Gear”, più tradizionale, dimostra pur sempre di aver assimilato la lezione dei Battles. E’ un album – prodotto da sei indie-label: FromScratch, Brigadisco, Bloody Sound, Hot Viruz, Narvalo Suoni, Sweet Teddy – di palese transizione, non timoroso di farsi aiutare dalla produzione (l’impeccabile Fabio Magistrali). Disegno di copertina di Rocco Lombardi, anche amministratore dell’utile blog “L’albero sfregiato”. Michele Seran

LOUDVISION: I marchigiani Lush Rimbaud colpiscono ancora, e stavolta lo fanno con ancora più precisione e violenza. La commistione fra math, noise e post punk raggiunge una sintesi molto convincente in tutte le otto canzoni che compongono questo “The Sound Of The Vanishing Era” e si mescola a una quantità inimmaginabile di altre influenze offrendo all’ascoltatore un disco potente che potrebbe richiamare agli stilemi della cosidetta ‘nu-rave’. Le liriche chiaramente ispirate all’anarchico Errico Malatesta collimano perfettamente con le ritmiche ossessive, che stimolano nell’ascoltatore un ballo frenetico, un crogiolo di ossessioni accattivanti ed evocative. Il grande merito del disco è che la mescolanza di idee e di generi sia ingabbiata in trentacinque minuti di musica. Esattamente prima che rischi di annoiare, di perplimere, di lasciare adito a dubbi, il disco si spegne da sé lasciando quell’amaro in bocca che solo i dischi di livello possono lasciare. Sin dall’artwork si intravede la volontà di produrre un lavoro di qualità che vada oltre le proposte striminzite che certe case indie continuano a sfornare. (7/10) Luigi Costanzo

OUTUNE: Con “The Sound Of The Vanishing Era”, il loro secondo disco, i Lush Rimbaud si dimostrano cresciuti rispetto alle atmosfere nu-rave della loro prova d’esordio. Ci regalano otto pezzi rumorosi come un’acciaieria e rarefatti come l’atmosfera nello spazio, in un continuo rimbalzo fra il post-punk di richiamo Fugazi e il Kraut-Rock. Bella è innanzitutto la tensione che questo gruppo riesce a creare, una tensione figlia del miglior post-punk, come già detto, oltre che dei più vicini Julie’s Haircut o dei mai abbastanza ricordati El Guapo. Belli sono anche i momenti in cui tutto il clangore delle chitarre e delle ritmiche si spegne per raffreddarsi nel ghiaccio dei sintetizzatori e delle voci atone al limite del robotico. In “Sounds Of The Vanishing Era”, ad esempio, o in “The Chameleon”, che non per niente sono poste all’inizio e alla fine dell’album col compito di contenere la debordante energia di pezzi quali “2009 Crusade” o “They Make Money We Make Noise”. Bella anche “God Trip”, che assolve meglio di tutte le altre tracce il compito di dimostrare che i Lush Rimbaud hanno anche voglia di far ballare, oltre ad essere parecchio interessati a farci perdere nel loro mondo vorticoso e introspettivo. Francesca Stella Riva

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CD, LP

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