miranda-rectal exploration
05

MIRANDA – rectal exploration (CD)

€5.00

1. cell trip
2. 3 american bombs 3. monosexfiles4. breezed out
5. rough feeling
6. baciamona7. fake
8. rectal exploration of loveless triangles
9. zhou! the hell is a beer!
10. r. mutt shitting a my place
11. archie

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Product Description

ARTIST: Miranda  ALBUM: rectal exploration YEAR: 2006 FORMAT: CD 

“2nd Miranda’s album. 11 deep tracks exploring weird contortions, loveless triangles of guitar, bass and drum, while the voice requires time to go beyond the simple words”

Giuseppe Caputo: guitar/loops/ebow/voice - Nicola Villani: drum/loops - Piero Carafa: bass -Marco Vannucci (uber): additional voice on tks 2, 6, 9
Recorded, mixed and edited by Giuseppe Caputo at fromSCRATCH mobile studio in Firenze between june/november 2005.

::RECENSIONI

BLOW UP (n.100). A parte un cambio nella line up, i miranda sono la stessa band che tre anni fa debuttò con “inside the whale” (vedi BU 62/63), disco permeato in buona parte dai richiami louisvilliani più scuri e dilatati. L’appunto è determinante, dato che in “rectal exploration” non li si riconoscerebbe per nulla tanto il loro approccio alla musica è drasticamente cambiato. Adesso infatti la loro visione artistica si fatta più radicale e spregiudicata, il loro modo di suonare disgregato e “storto”, la loro indole alienata e a tratti beffarda.

Per descrivere i risultati è difficile trovare un’unica formula che in fine dei conti possa contemplare David Thomas e Us Maple, Liars e fugazi, Can e DNA. Ma l’elenco delle influenze e delle buone intenzioni, per quanto apprezabili, da sole non fanno un ottimo album: è necessario tirar fuori qualcosa di propositivo. Ed è qui che i Miranda fanno il salto di qualità, non accontentandosi di assorbire concettualità e di crogiolarsi nell’esibirle. Ok, possono anche farlo ma con in mano dei brani che nella loro deviante natura si rivelano trainanti e immediati. Certamente le ritmiche punk-funk di monosexfiles possono aiutare, così come le declamazioni di rough feeling. Nel disco tuttavia ci sono altri episodi che catturano l’attenzione senza la presenza di motivi forti, basti citare l’effetto estraniante di 3 bombs, con la chitarra che risuona come un caccia all’approssimarsi del suo obiettivo di sgancio. E’ una grande sorpresa questo “rectal exploration” ed è bene che i miranda lo sappiano prima di pensare a reinventarsi nel giro dei prossimi 3 anni.

(7/8) Fabio Polvani

ROCKSOUND. Attivi fin dal 1999 i Miranda, terzetto italiano, giungono con questo “Rectal exploration” a una sintesi mirabile dei precedenti demo e dell’attività svolta dal vivo, chiarendo come l’improvvisazione e la dilatazione dei pezzi sia diventata una condizione essenziale per le loro fughe sonore. Gli indizi più utili ce li forniscono proprio loro stessi nella bio, citando i newyorchesi DNA (in “Cell trip” e “3 bombs” si sentono davvero parecchio…), gli US Maple, il Captain Beefheart più ostico e bluesy, gli olandesi Ex. Siamo dalle parti di un rock demolito e riassemblato in maniera bizzarra, un mostro che non ha paura di mostrare le ferite e il proprio lato oscuro. Basso e batteria tengono in piedi i pezzi con ritmi che incorporano funky bianchissimo e blues, la chitarra è libera di sperimentare e vagare in totale libertà, ricordando sia il lirismo free di Arto Lindsay così come la paranoia strutturata di Keith Levene, la voce appare e scompare come d’incanto. Moltissima carne al fuoco su questo disco, ostico al punto giusto senza diventare palloso: trattandosi di “esplorazione rettale” consigliamo un po’ di vaselina a chi è a digiuno di suoni urticanti. La prima volta fa sempre male…

Guido Amari

VOTO 7

ROCKERILLA. Come stare per tre querti d’ora in tensione, senza esplodere mai. Questo in sintesi quanto emerge da “rectal exploration”, secondo lavoro dei fiorentini miranda. Il trio ha come punto di riferimento il noise indipendente di matrice usa degli ultimi 15 anni, ma poi riesce ad emanciparsi da questo, aggiungendo ulteriori forme di perversioni al suo sound (“breezed out”). La prima impressione è quella di respirare l’aria delle false partenze dei fugazi, che volteggiano sulle proprie chitarre, prima di aggredire. Il punto è che i mirando non aggrediscono, ma tendono ad implodere il sound, in “monosexfiles, infatti, traspaiono la sensualità del quartetto di Washington e la cupezza dei primi sonic youth.

Vittorio Lannutti 9/10

MUCCHIO SELVAGGIO. Cinque anni di attività e una grande passione per Captain Beefheart, Arto Lindsay, i Can, gli Ex e gli US Maple: questi i primi dati presenti in ordine di apparizione sulla biografia dei Miranda, trio costituito da Piero Carafa (basso), Giuseppe Caputo (chitarra, voce, sampler) e Nicola Villani (batteria e rumori), e questo è quanto emerge, onestamente, dal primissimo ascolto di “Rectal Exploration”. Esordio da seguaci di una via dissonante al rock, di un blues mutato in post-punk e imbastardito da un’attitudine noise che si impone ma senza pretendere la ribalta. È sempre difficile individuare dove finisce l’omaggio ai propri codici di riferimento e alla propria formazione musicale e dove inizia una nuova storia, ma i tre sanno giocare con i loro maestri senza troppo utilizzarli per nascondersi, e il modo in cui una certa ossessività di derivazione Can viene trasportata in territori disco-punk, in “Monosexfiles”, è qualcosa di più della semplice somma delle suggestioni, ed è piuttosto indicativa dell’attitudine spartana e allo stesso tempo energica del gruppo. Nessuna grossa sorpresa insomma, ma non è sempre necessario fare dell’originalità assoluta una discriminante così netta: “Rectal Exploration” è un saggio di bravura e di ottime potenzialità, la foto in movimento di un gruppo che, pur essendo appena entrato in partita, è già sulla buona strada per diventare qualcosa di notevole e di incisivo. Con già qualche frutto in bella evidenza (www.mirandamiranda.it).

Alessandro Besselva Averame

KRONIC. Spasimi. All’epoca di “Inside The Whale” avevamo parlato di ottime potenzialità, non ancora completamente sviluppate, per una band in bilico fra la Louisville degli anni d’oro, Polvo ed Unwound.

Passati tre anni i Miranda riescono a completare il percorso intrapreso, senza rimuginare troppo sui rimandi del passato, anzi evolvendo il suono verso una claustrofobia tanto urticante quanto convincente. Meno dilatazioni e richiami a certe aree statunitensi (anche se qualcosa del gruppo di Justin Trosper resta) e più deragliamenti noise su un tessuto sporco in cui la velata melodia riesce sempre a risaltare. Loro parlano di Arto Lindsay e Captain Beefheart e gli spigoli (perché di questo si tratta) effettivamente ci sono, ma il blues primordiale dell’iniziale “Cell Trip” ha personalità propria, le ottime lacerazioni tribali di “Archie” hanno un gradevole retrogusto alla Arrington De Dyoniso ed in “Zhou! The Hell Is A Bear” il richiamo ai Sonic Youth più rumorosi e devianti non appare casuale. Nel mezzo tante destrutturazioni in un marasma post-qualcosa destinato a rendere attuale e concreto un paradigma sonoro volutamente irregolare per forma e sostanza: nevrosi impellente, strepiti ossessivi, dissonanze cigolanti.

Una miscela sviluppata attraverso soluzioni di armonie astratte, lucide perché selvagge nelle contorsioni ricche di tensione. Potrebbero essere per tanti. Se non fosse così i pochi saranno quelli fortunati.

KATHODIK Giunti al secondo disco, dopo il promettente esordio di 3 anni fa, i miranda si ripresentano in grande stile e ormai matur(at)i, complice qualche piccolo aggiustamento di rotta. Messe da parte infatti le derive più marcatamente Chicago/Louisville (ne resta traccia solo nelle ottime Rough Feeling e Breezed Out, June of 44 e Shellac dietro l’angolo), il terzetto toscano sfodera una decisa attitudine noise che si concretizza in una miscela estremamente energica ed intensa, contraddistinta da atmosfere spesso ossessive, suoni spigolosi e abrasivi, entusiasmanti aperture, trame armoniche dissonanti che deragliano vorticosamente per poi sprigionarsi con foga dirompente.

Gli undici brani qui presenti, evitando appiattimenti stilistici, mostrano una felicissima capacità di scrittura e funzionano tutti alla perfezione. A cominciare da Cell Trip, un blues scorticato memore della lezione di US Maple e Captain Beefheart, passando per le nevrotiche 3 American Bombs e Monosexfiles (come un incontro fra Liars e Girls Against Boys) e concludendo con R.Mutt Is Shitting at My Place e Archie, dilatate e avvolgenti con la chitarra a disegnare deliziosi arabeschi mentre la voce si perde in un flusso di coscienza ipnotico. Insomma, se non fosse ancora chiaro, “Rectal Exploration” è un disco bellissimo. Chapeau.

Recensore: Rino Borselli

MUSICCLUB La sorpresa iniziale, specie per chi (come il sottoscritto), aveva avuto modo di ascoltare e valutare positivamente ‘Inside The Whale’, lavoro di debutto dei Miranda pubblicato nel 2003, è evidente e abbastanza spiazzante. Infatti i ricordi erano quelli di una formazione che operava in un contesto post rock tanto dilatato quanto squadrato, con precisione ed elaborando trame evolutive. Con ‘Rectal Exploration’, ancora prima che il sound, è mutata la prospettiva con cui il trio, formato da Giuseppe Caputo, Piero Carafa e Nicola Villani, ha osservato il proprio essere sonoro, stravolgendolo alla base e portandolo in una direzione che è ancora e certamente rock, ma che si discosta decisamente da quella che era la cifra stilistica precedentemente messa in mostra. Ma, pur in un contesto in cui l’alterazione (alla Gang Of Four, Pere Up, Liars, Captain Beefheart o Pop Group, che dir si voglia), la fa da padrone, quel che convince è la capacità dei Miranda di ideare ottime canzoni. Perché è questo il pregio assoluto e reale del disco; un pregio che va oltre il rock blues sbilenco o il no punk wave o qualunque altra definizione vi possa passare per l’anticamera del cervello. Un pregio che, per coloro i quali si cimentano con la suddetta materia, non sempre è così scontato, anzi spesso ci si trova al cospetto di band che non hanno il sentore di ciò che voglia dire scrivere canzoni. Cosa che non accade ai Miranda, che – pur optando per soluzioni sonore/vocali abrasive, dissonanti e perversamente orecchiabili – non perdono mai di vista l’arte della composizione.

Roberto MIchieletto

FREAK OUT Da un esordio post-rock riconducibile al filone Slint-June of ‘44 (“Inside the whale”, 2003), i Miranda approdano ad un secondo lavoro di post-post-blues sporco ed acuminato, il tutto in nome di uno spirito post-punk che fa di loro un gruppo in realtà poco propenso ad essere classificato secondo definizioni pre-confezionate. Perché sì, al di là di tutte le etichette “post” utilizzabili a fini esemplificativi e al di là di eventuali illustri discendenze genetiche (i tre Miranda non temono il gioco dei paragoni e sono loro stessi a sottolineare gli ascolti che li hanno accompagnati durante la gestazione di “Rectal exploration”: US Maple, The Ex, Can, DNA, Captain Beefheart…), la musica di Giuseppe Caputo, Piero Carafa e Nicola Villani è una strana creatura guizzante ed imprevedibile, che rigurgita brandelli noise e tartagliamenti ritmici, ciondola pigramente su se stessa, si satura all’inverosimile, sfugge e si insinua tra dissonanze e contorsioni…

Fantasiosi, vitali e a loro modo irriverenti, i Miranda ci regalano un ascolto stimolante dal primo all’ultimo minuto, con vertici assoluti rappresentati dalle incursioni punk-funk di “Monosexfiles”, dall’indie-rock scapestrato di “Rough feeling”, dalle fermentazioni new wave di “Zhou” The hell is a beer” e dai loops vocali scorticati di “R. Mutt is shitting at my place”.

Guido Gambacorta

SANDS-ZINE “Rectal Exploration” è il secondo full-lenght ufficiale dei Miranda, trio chitarra/basso/batteria di stanza a Firenze. Un disco che nel complesso non presenta nemmeno una sbavatura, così com’è ottimamente equilibrato tra ricerca sonora, sintesi stilistica e abilità tecnica. Il disco è un ideale ponte di collegamento tra i vari periodi di indie rock americano degli ultimi venti anni: la title-track che riesuma fantasmi di June of 44 / Shipping News, il post-punk della Panoply Academy (Breezed out, Rough feeling), l’emocore post-fugaziano di 3 bombs, la new wave dei Television di fake, il post-rock virato punk-funk, come i migliori Dance Disaster Movement, di Monosexfiles, il noise skingraftiano di Baciamond e quello sonicyouthiano di Zhou! The hell is a beer!. L’analisi del disco non può essere comunque ridotta solo a questo dal momento che i Miranda hanno i numeri per imporsi nel circuito musicale italiano e non. Ogni traccia presenta infatti una spiccata dose di personalità e una bravura da far si che i vari riferimenti vengano di volta in volta compressi e decostruiti, per non dire nascosti, con in più una voce che sa immergersi nel tessuto sonoro al pari di uno strumento. Su tutte spiccano la bellissima perla dell’iniziale Cell trip e le due tracce conclusive (ad essa speculari) R. Mutt is shitting at my place e Archie, oscure e ricercate.

Come i compagni di scuderia Uber, anche i Miranda sorprendono con un disco ineccepibile e che vale la pena di ascoltare.

Alfredo Rastelli

SENTIREASCOLTARE. Post-rock abrasivo e spigoloso quello proposto nel secondo album dai Miranda. Un suono ispirato in egual misura dagli arcinoti sound di Louisville e SonicYouth, ma nel complesso maggiormente a fuoco rispetto al disco d’esordio Inside The Whale (From Scratch, 2003). E se il trio cita gente come Captain Beefheart o Arto Lindsay, indimenticato chitarrista dei seminali DNA, una ragione ci deve pur essere. Per rendersene conto basta ascoltare le abrasioni chitarristiche di Zhou! The Hell Is A Beer o il blues anfetaminico e deforme dell’iniziale Cell Trip.

Molto ampio il giardino degli ascolti e delle influenze dunque: semi June Of 44 e Shellac (passando per il rock indipendente degli anni ’90) germogliano rigogliosi in Rectal Explosion; 3 Bombs ricorda moltissimo i primi Girls Against Boys (o più indietro i sottovalutati Hair & Skin Trading Company ), così come Monosexfiles – sospesa tra un semi p-funk e un tensione chitarristica tipica del noise ’90 – fa intendere le capacità attuali del gruppo.

La lunga Rough Feeling infine – tra la voce lamentosa di Giuseppe e il crescendo sempre sul punto di esplodere dell’arrangiamento – è il più compiuto omaggio ai citati padrini del post-rock, i June Of 44 .

A scapito di quel che si può pensare, il quid del lavoro non risiede in rimandi ossequiosi, quanto nell’evoluzione di quei codici, nella personalità già nitida del gruppo. Forma canzone e conseguente decostruzione rimangono dentro trame spigolose, nevrotiche e imprevedibili senza mai perdersi nell’autoindulgenza.(7.0/10)

Stefano Pifferi

MOVIMENTA Nuovo disco a distanza di due anni per i Miranda, trio chitarra basso batteria di Firenze; Rectal Exploration, rispetto al precedente mostra una carica abrasiva e caotica che fa subito bene intendere che ci troviamo di fronte a un lavoro decisamente diverso da Inside the Whale (il loro esordio, nel 2003). Qui il post-rock lascia molto spesso più spazio al post-punk e al noise; composizioni a struttura libera che ogni tanto si incastrano in una cantilena indie sulle chitarre in levare, altre volte restano in costante (de)costruzione tra dissonanze e distorsioni, altre ancora procedono linerari tese elettriche tra Giuseppe che ora declama e la batteria che tiene secca il tempo.

Tra Fugazi, Shellac, US Maple, Sonic Youth e June of ’44 i Miranda ritagliano la propria nuova carta d’identità per il 2006. Probabilmente il miglior disco pubblicato in Italia quest’anno.

ROCKIT. I Miranda. Il loro ultimo cd è stato registrato nel 2005 e si chiama “Rectal Exploration”. Esplorazione rettale. Noise straziante che s’insinua a spirale e perseguita dal buco della serratura rovesciando preghiere e suppliche.

Crescendi e improvvise aperture senza struttura guidano il progressivo inghiottimento in una dimensione viscerale. Come collezionare ampolle di una lunghissima jam in cui orli di blues sbilenco imboccano canali di noise e rumori. Sciabolate, frustrate e sciamanesimo. Le spalle coperte da un basso d’approccio più melodico-sperimentale (vedi Slint). Gli ingranaggi della chitarra girano in ogni senso senza soluzione di pace. Orario, antiorario, zoom avanti e indietro, in un moto vorticoso disarmante. Quello dell’intestino.

Non a caso, in “Rectal exploration of loveless triangles” recitano le parole: “Is in me or is in you? Inside my ass or inside your brain?” (Dentro il mio intestino o dentro il tuo cervello?). Cervello e intestino sono esteticamente simili e polposi. E viene facile intuire un collegamento tra i due organi, ma… le emozioni da dove partono e dove si provano? I Miranda pongono un bel grattacapo. Che genera un sacco di pensieri, che se accompagnato dalla loro musica distorta e beffarda mi fà impazzire. Uno spacco di cervello e d’inconscio, con le vocine che brulicano, convulse e strascicate, ha-ha vedi no-wave o vagito-style vedi Amedeo Pace o soffiate/aspirate o cartoon-demenziali. La voce principale di Giuseppe Caputo e quella additional di Marco Vanucci. Bolle oliose e sdrucciolevoli che scoppiano blurp dentro di te e si distribuiscono a miccetta fino a coinvolgere l’intero intestino in spirali di false partenze. Oppure contrazioni sanguignee che spingono sempre più in basso, incontrollabilmente e a fondo, con la batteria che ti prende in contropiede, che è un respirare di battiti di persona con asma, facili tachicardie, e spirito contrario e disarmante. Uno sbaraglio totale ma non inaccessibile anzi di completa comunicatività. Tranne qualche pezzo dalle componenti psichedeliche destrutturanti che gira un po’ a vuoto e credi d’essere alla canzone precedente se solo non fosse per un distinguo di toni di voce e sovrarumori.

“Rectal Exploration” è il rumore alienante che io vorrei sempre avere con me, sempre acceso nella borsa, una specie di grillo dell’incoscienza (inconscio?) che suggerisce la follia/dissoluzione, ma soprattutto un magnifico noise che sembra coprire tutto lo spazio del suono disponibile. Mi lascerò stravolgere e deformare senza resistenze. Piacere Miranda. (30-10-2006)

Claudia Selmi

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