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UBER – northern exposure (CD)

€5.00

1 Northern Exposure 2 Like David Carradine3 Signals
4 Highway Routine
5 The Bartender at “Unconscious” Happy Hour
6 Disposable
7 Mice Empire
8 Spirit Walk
9 The Neurotic Housewife and The Indierocker

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Product Description

ARTISTS: UBER –  ALBUM: northern exposure - YEAR: 2011 –  FORMAT: CD 

“2nd Uber’s album, math attitude is put aside in favor of a synth and kraut rock approach

uber is: Gabriele bs, vx – Marco/gt, gt/vx – Francesco /dr – Ombretta/sx -Paolo/gt/vx
recorded and mixed by G.Caputo at fromscratch studio, sieci firenze | mastered at bipsstudio, milano | artwork by mirko smerdel

REVIEWS

ITALIAN EMABASSY. Tanti anni fa, ma tanti, ero un blogger tendenzialmente musicale. Avevo appena cominciato a scrivere per Blow Up, o forse non ancora, e mi imbattei nei lucchesi Uber. Il disco di quel periodo aveva nome “My new lifestyle” ed era bellissimo, tutto mosse e scatti abortiti, nervoso e battente. Ricciarelli, che pezzo… Lo produceva fromSCRATCH, come ora che gli Uber sono tornati, e incidono “Northern exposure”.
Cosa è successo? Apparentemente solo il cambio di chitarrista, da Claudio Saettoni a Paolo Malfatti. In realtà anche quel suono matematico, sbilenco, arrotato che era loro esimio marchio di fabbrica ha lasciato il posto vacante, tosto occupato da ingerenze kraute, ossessive (Oneida) e psicotrope di matrice Faust e Suicide. Quindi?
La liquidità di Spirit walk porta il suono a cozzare, a mezza strada, su ovvi paracarri post- in stile Buzz Aldrin, il che funziona in brani ritmici quali Disposable mentre deraglia dalle parti synth-punk dei Mahjongg su Mice empire. Personalmente li preferivo matematici, ma comunque avercene, di band con questo rigoglio di idee, di flussi e di alternative possibili anche sul piano di una melodia, per quanto storta.

MELODICAMENTE. La prima volta che ho sentito il nuovo disco degli Uber sono rimasta sconvolta. La mia mente si è affollata di pensieri molto genere “Ma in Italia abbiamo questa roba?” e “Ma perché non sono famosissimi?”. Sentire per credere, non ve ne pentirete.
Gli Uber a dispetto del nome sono appunto italianissimi, di Lucca, sono nati nel 2001, anche se, dopo il demo dello stesso anno e il primo disco del 2004, si erano presi una pausa di riflessione da cui sono emersi nel 2009, per poi tornare (in grande stile) soltanto nel 2011 con questo nuovo lavoro intitolato “Northern Exposure”.
La band ha abbandonato il math rock che ha caratterizzato i lavori delle sue origini, per darsi all’elettronica, con parecchi rimandi a mostri sacri come i Faust e i Neu ed un pizzico di elettropunk che non guasta mai, creando un mix perfetto che fa di questo ultimo disco un piccolo capolavoro di genere.
Le danze si aprono col brano omonimo “Northern Exposure”, che vi farà venire voglia di ballare ovunque voi vi troviate, poi il tiro si corregge con “Like David Carradine”, la vera perla dell’album, con dei coretti con una voce distorta che sembra quella del bambino di “Shining” (semplicemente fantastico) e ci sarebbe da parlare di tutta la tracklist, perché merita sul serio ma mi limiterò a parlare del brano che la chiude in bellezza, l’ansiolitico “The Neurotic Housewive and the Indierocker”, dotato di una carica non comune (per una casalinga).
Va detto, anche se s’era già capito, che gli Uber sono bravissimi anche da un punto di vista tecnico, in ogni brano si avverte una fortissima affinità tra gli elementi, capace di rendere ogni brano perfetto da un punto di vista armonico, soprattutto alla luce del fatto che l’elettronica non è un genere facile da questo punto di vista. L’unica pecca è che ci hanno fatto aspettare ben 7 anni per questo nuovo disco, quindi speriamo vivamente che il seguito non ci metta altrettanto tempo.

COMUNICAZIONEINTERNA. Dribblando statiche definizioni di genere, pressando alto col consueto spirito autarchico ed allargando le azioni sulle fasce della penisola, da Lucca a Reggio Calabria, la squadra FromScratch mette a segno una doppietta figlia del bel gioco.
Prima rete firmata dagli Uber: a distanza di sei anni abbondanti dal precedente disco “My new lifestyle”, la band apporta qualche correttivo alla line-up (dentro il chitarrista e vocalist Paolo Malfatti, fuori Claudio Saettoni) e si ripresenta con un nuovo lavoro (accanto alla FromScratch c’è anche la Marsiglia Records) che saltella beatamente tra pezzi ingrassati a ritmiche Gang of Four (“Northern exposures”), collisioni dub-wave (l’ottima “Like David Carradine”), smorfie electro-pop (“The Bartender at unconscious happy hour”), numeri punk-funk (“Disposable”) e rantolii robotici (“Mice empire”).
Una breve pausa negli spogliatoi – giusto il tempo di cambiare cd nello stereo – e una volta rientrati in campo è subito raddoppio per merito dei Captain Quentin, su assist filtrante dell’esperto Fabio Magistrali là dietro in cabina di regia. Il quintetto – ipotetico mix tra Battles, Tortoise e Brutopop – scompagina classiche forme math-rock tutte strumentali attraverso innesti blues (vedi “Sciocchezza mon amour”), stiracchiamenti synth-funk (“La distanza inverte il semaforo”), variazioni lounge (“Mai stati sulla luna”) ed incursioni free-jazz meritevoli di futuri approfondimenti (“Intervallo”).
Si arriva al novantesimo e si ha subito voglia di rivedere il pallone in gioco schiacciando nuovamente il tasto play.
Guido Gambacorta
INDIE-EYE. Sette anni di pausa discografica possono sembrare una follia in tempi odierni, in cui produrre un disco, soprattutto se in autonomia, sembra un obiettivo da raggiungere con la massima celerità possibile. Nel caso dei lucchesi Uber ha invece rappresentato la possibilità per ripensare, praticamente ex novo, un progetto che anni addietro si connotava per sonorità math rock. Nel frattempo, Claudio Saettoni ha lasciato il gruppo a favore dell’ingresso di Paolo Malfatti, il quale va ad aggiungersi a Gabriele Frediani e Marco Vannucci (tutti suonano un po’ di tutto).
La sterzata è stata decisamente brusca e il salto va a ricadere in un’area che abbraccia, nelle influenze, l’intero
decennio dei ’70, cogliendo elementi propri del primo kraut rock tedesco e, in maggior misura, ritmiche no wave della fine del decennio. L’intento di coniugare queste correnti (neanche tanto distanti fra loro, alla fin fine) può dirsi nel complesso riuscito, sebbene con qualche passaggio a vuoto: il gruppo ama e conosce più che bene le fonti da cui attinge a piene mani, ma si ha la sensazione che a volte sbagli il bersaglio. Risultano più efficaci quando non cercano il “singolo” a tutti i costi, ma abbracciano i refrain ossessivi (Spirit Walk, realmente inquietante) e quando non si lasciano fagocitare da chi, negli anni Duemila, ha già saccheggiato tutto il possibile della medesima materia. Colpiscono di più quando azzeccano la frammentazione ritmica che non quando si distendono nel 4/4 più danzereccio. Bastano proprio il biglietto da visita per rendersene conto: la title track d’avvio, marcata da chitarre in dissonanze da sirene metropolitane in contrasto con l’unica nota di basso sincopato e pulsante, stravince il confronto con la successiva Like David Carradine, eccessivamente imbandita di synth che riconducono alle recenti (e un po’ appannate) produzioni di James Murphy et similia. Così come sono molto più credibili i pereubismi di Highway Routine, con una geniale chitarra slide e due efficacissimi soli finali che si intrecciano a meraviglia, o della successiva The Bartender at the “Unconscious” Happy Hour, rispetto al facile appeal disco cercato da Disposable o da Mice Empire.
Niente di indignitoso, beninteso, e non mancano idee e pezzi godibili, compreso un finale di disco in crescendo, ma un po’ più di anarchia e di isterismo generale non avrebbe fatto male; resta il fatto che è comunque arduo coniugare paranoia metropolitana e divertimento da dancefloor, dopo che ci si sono buttati in tremila. Gli Uber risultano, alla fine dei giochi, una band che ha dalla sua sicure potenzialità e mezzi per dire la propria in un genere che, nel giro di qualche anno, sembra aver giocato con troppa fretta quasi tutte le sue carte.

ROCKIT. Longevi e oculati, a voler subito dire qualcosa di questi lucchesi, considerando lo spazio siderale (ben sette anni!) srotolato tra il primo e quest’ultimo loro lavoro.
L’entrata del nuovo chitarrista Paolo Malfatti deve aver contribuito ad una piccola deviazione di rotta, stando all’aura di leggerezza circonfusa al disco, in luogo del vecchio monolitico rigore caro al combo. Se la title-track risente ancora recisamente delle vecchie referenze math e post (leggi June of 44 e Don Caballero, uber alles), sin dalla seconda “Like David Carradine”, apprezziamo il lento avvitamento verso un kraut d’antan, a cavallo tra Neu! e Can, restituente una lettura proto punk e new wave dell’argomento. Ancora Faust e derive cosmiche in “Signals”, dove un riff ante-metal ci avvicina di molto all’oscurità evocativa di Blue Oyster Cult, così come in “The Bartender at ‘Unconscious’ Happy Hour”, la vena nevrotica e sguaiata del combo viene fuori in tutta la sua dirompente efficacia, non troppo lontano dall’art-rock di Devo et similia – attitudine peraltro ritrovata anche nella successiva “Disposable”.
E infine (“The Neurotic Housewife and the Indierocker”), a chiudere il cerchio, ancora un crossover tra indie ’90, garage e di nuovo il meglio dei Corrieri Cosmici. Molto a fuoco, quest’ultima sortita della From Scratch.

ROCKON. Ben tornati Uber. Dopo sette anni i lucchesi, con un cambio nella line-up, danno alle stampe il loro secondo lavoro. Il cambio di chitarrista, via Claudio Saettoni e dentro Paolo Malfatti, ha determinato anche il cambio di stile.
Il math rock melodico vicino a Don Caballero e Joan of Arc ha lasciato il posto ad uno straniante elettro kraut e synth rock. Su tutte emerge la vibrante ed implosiva “Like David Carradine”, omaggio all’attore di “Kill Bill”, ma non sono da meno il p-funk ipnotico, circolare ed ossessivo, di matrice primusiana, della title-track.
Il trio riesce a coniugare psichedelia e frenesia in “Signals”, così come rende robotica e tribale “Highway routine”, mentre da un ritmo sincopato ed efficace a “The bartender at ‘unconscious’ happy hour”. In “the neurotic housewife and the indierocker” il trio toscano, invece, omaggia il meglio dell’indie-rock degli anni ’90.
Speriamo che per il prossimo lavoro degli Uber non debbano passare altri sette anni.

SUPERMIZZI. Tornano a ben sette anni dalla prova precedente i lucchesi Uber e questa è già una notizia per chi li dava per spacciati. È da tempo che questi ragazzi sono sulle scene, ma siamo in Italia e tutti conoscono le difficoltà di trovare la forza per tenere in piedi un progetto musicale dai connotati non troppo commerciali. Eppure, un ascolto a questo nuovo lavoro discografico, licenziato ancora dalla fiorentina From Scratch come il precedente “My New Lifestyle”, farebbero bene a darglielo tutti gli amanti di certi suoni influenzati dal kraut-rock e dal post-punk. I nostri, infatti, spostano parzialmente il tiro e si fanno meno math-rock e forse diventano più pop, non disdegnando l’utilizzo di certi synth in chiave disco e ritornelli piuttosto ossessivi. Nonostante il cambio di formazione e l’età che avanza (ma non ancora i capelli bianchi, giacché il rock’n'roll mantiene giovani, si sa), comunque gli Uber convincono ancora. Basterebbe solo che non ci mettessero tutto questo tempo per far uscire un disco.
Guido Siliotto

 

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