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UBER – my new lifestyle (CD)

€5.00

tracklist:
01.(P)Bretzel
02. If I fall I fall 03. Ricciarelli
04. waiting for a new pop(e)
05. addicted to wine
06. my new lifestyle07. paul? he’s out for work
08. el chabe
09. Edna in a dead man suite
10. ella sings
11. cangour eats paul
12. residence

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Product Description

ARTIST: UBER ALBUM: my new lifestyle YEAR: 2004 FORMAT: CD 

first uber’s album. “12 electric songs based on guitars’ interlacing and obsessive loops. Essential forms and repeating melodies for a band that likes to define its genre instant-rock”

uber is:
Gabriele Frediani/bs, vx - Marco Vannucci/gt, gt/vx - Francesco Spinolo/dr -Ombretta Pacini/sx - Claudio Saettoni/gt/vx
recorded by G.Caputo, may 2004 at fromscratch studio mobile - mixed by G.Caputo, autumn 2004  andby max sartor, june 2003

REVIEWS
BLOW UP (feb. 2005). Con “my new lyfestyle” si torna parlare un linguaggio post-rock secondo le dritte dei fondamentali testi di Slint e June of 44, Gastr del Sol e Storm&Stress. Gli Uber hanno il merito di elaborare il loro sound facendo perno su un concetto di reiterazione sequenziale, dove armonici minimali e traiettorie melodiche si intarsiano, dove secche spigolature e arzigogoli sempre più nervosi si rincorrono in maniera circolare. A dare continuità alla loro proposta possono concorrere momenti più liberatori (per esempio nella frenesia quasi funkeggiante di El Chabe) oppure l’utilizzo di un sax spesso spinto su registri jazz. Sarà comunque l’attrazione nei confronti di lunatismi alla Joan of Arc a caratterizzare la proposta del quintetto lucchese, lungo le sue oblique quanto matematiche involuzioni.

(voto 7/10) Fabio Polvani

ROCKERILLA (mar. 2005). Basta dare un’occhiata agli ascolti della band per inserire gli Uber in quel filone immediatamente successivo al post-rock made in USA che ha marchiato a fuoco la scena alternativa degli anni novanta . Ma l’ascolto di “my new lifestyle” non si presenta come una mera riproposizione del canovaccio recitato da Grubbs e soci, bensì come una personale interpretazione creativa di alcuni temi conduttori di quel periodo. Reminescenze math a la Don Caballero o melanconicamente indie in stile Van Pelt risultano evidenti negli accordi di Saettoni e Frediani, ma è soprattutto il sax di Ombretta Pacini a donare un’eleganza inedita alle composizioni di attitudine più free. Il piglio jazz e ossessivo accellerato viena alla luce in maniera esuberante in “El chabe” ed “Ella sings”, mentre il cantato segue perfettamente i classici insegnamenti indie di imperfezione ed inclinazione slacker; rimane solo la curiosità di assistere ad una loro esibizione dal vivo per apprezzare al meglio una band nostrana di questa caratura.
Michele Casella

KRONIC.IT. Li avevamo conosciuti col demo “Less Is More” (Marsiglia Records, 2001), in cui un’attitudine alla June Of 44 si mischiava ad un sapore agro di minimalismo (vagamente) indie. Ritrovati nell’ottima compilation della fromScratch “Collisioni in Cerchio”, gli Uber si presentano oggi con un nuovo album in cui sono sommati brani realizzati fra il 2003 ed il 2004.
“My New Lifestyle”, con la sua destrutturazione sgraziata (ma mai fine a se stessa), è la conferma di una fra le formazioni italiani in potenza più interessanti. Nessun particolare colpo di scena: attitudine in bilico fra K Records e Louisville, basata su trame elettriche ripetitive dove subentrano ritmiche spezzate e le pregevoli incursioni del sax malato di Ombretta Pacini. Tuttavia è la consapevolezza dei mezzi ad impressionare, essendo state eliminate alcune ingenuità presenti nell’esordio in favore di una maggiore compiutezza che permette di far arrivare le canzoni con sorprendente facilità. La ricercata circolarità, in combutta con aspetti cerebrali, genera una pulsione incessante ( “Cangour Eats Paul” e “Residence”), persuasiva per uno scarno impatto claustrofobico che piacerebbe, e non poco, ad Arrington De Dyonisio (il rimando maggiore), mentre il legame con una sfera math/post è più in alcune intuizioni (l’iniziale “(P)Bretze”) che nel contenuto vero e proprio. Ne è manifesto l’ottima “If I Fall I Fall”, in cui i due ingredienti si uniscono rendendo concreta quella fisicità che, in dimensione live, presumiamo evidente.
E’ arduo coniugare nevrosi e melodia in modo convincente e sempre attuale. Dopo esserci riusciti, gli Uber devono solo attendere un riscontro che, a nostro avviso, non potrà non essere positivo.
Marco Del Soldato

MOVIMENTA. Rock scarno, sbilenco ed essenziale, costruito sugli incastri meccanici e nervosi di due chitarre, un basso e una batteria, liberati e alleggeriti dal sax. Questo è il primo disco di Uber, di cui abbiamo seguito il bel cammino dal primo lavoro Less Is More, alla canzone che ora viene riproposta e che dà il nome all’album, segnalata tra le migliori cose ascoltate nella compilation Collisioni in Cerchio della fromSCRATCH un paio di anni fa.
La prima metà di My New Lifestyle a dire la verità impressiona: ha una mirabile capacità di sintesi delle varie faccie di Uber, e riuscendo ad unire strutture semplici ma efficaci (di quelle che rimangono in testa, e danno quel che di pop a musica che pop proprio non è) e quindi genio, e ironia (i cori alcolici di Addicted to Wine), infila sei pezzi che suonano classici già dopo qualche ascolto; la seconda metà ha dinamiche meno rigide, e più di reiterazione, dando l’impressione di poter prendere qualsiasi direzione ed in qualsiasi momento, ma rinunciando quasi sempre a farlo, per continuare a girare sulla propria circolarità. Tutti coloro che amano Joan Of Arc troveranno un disco da consumare a lungo…

POST-IT ROCK. Era da un po’ che aspettavo l’esordio sulla lunga distanza degli Uber. Sia perché buon amico di alcuni di loro (che c’è di strano? Chi scrive, suona e va ai concerti non fa che mescolarsi di continuo in questo nostro piccolo mondo!), sia perché “Less Is More”, il loro precedente mini-cd, così come il loro live, erano stati per me forieri di grande curiosità. E devo dire che “My New Lifestyle” soddisfa in pieno le attese: canzoni che nascono da pochi accordi, suonati all’infinito con un’insistenza nevrotica che ricorda i Fall, ma con un piglio pop che rimanda a Joan Of Arc e agli indimenticati Van Pelt. C’è anche la lezione del math-rock e una certa propensione verso il jazz, se non altro per la presenza, più o meno discreta, del sax. Così il disco della band lucchese, licenziato dall’ottima fromSCRATCH in collaborazione con Holidays Records, pur volutamente fuori dalle mode del momento, si rivela come una delle cose più fresche in circolazione.
ID BOX. Nuovo lavoro in studio (dopo l’autoproduzione del 2001 “Less Is More”) per gli Uber, band proveniente da Lucca e nata dalle ceneri dei Clerk. Licenziato dalla fromScratch “My New Lifestyle” racchiude brani registrati sia nel 2003 che nel 2004 che rappresentano l’essenza indie della band capace di creare un sound personale e di ottima fattura. È un’atmosfera distesa e consapevole dei propri mezzi quella che si avverte dall’ascolto di questo album che porta alla luce il gusto e le ottime potenzialità di una band davvero ottima. Le influenze indie sono molteplici: Van Pelt, Joan Of Arc, la follia di Capitain Beefheart o ancora Us Maple (vedi la conclusiva “Residence”) con qualche incursione simil folk e qualche cadenza alla Sonic Youth (“Ricciarelli”). Un vero calderone nel quale gli Uber sperimentano ingrediente per ingrediente assaporandone il sapore prima di lasciarlo assaggiare ai propri commensali, c’è poi il sax di Ombretta Pacini a dare sempre quel pepe aggiuntivo alla costruzione dei brani del quintetto. Le trame elettriche ossessive sono sorrette da ritmiche spezzate (un plauso a Francesco Spinolo) e riff essenziali mandati in loop, sui quali si poggiano voci mai in primo piano e soprattutto le parti del sax a volte celate, altre volte in rilievo. C’è anche una certa allegria di fondo che scaturisce sfontatezza e persino follia nel proporre i propri brani che sanno anche vestirsi di solo intimo e cullare. “(P)Bretze” e “If I Fall I Fall” sono probabilmente gli episodi migliori assieme alla titletrack e ad “Ella Sings” (di cui è presente anche il video nella traccia ROM del cd). Citazione d’obbligo anche per la spensieratezza di “Addicted To Wine” e “Paul? He’s Out For Work”. Un bel disco che sa stupire e mostra le potenzialità di una band assolutamente da esportare anche all’estero.

IMPATTO SONORO. Manuale per come destrutturare una canzone e portarla ad essere ancora una canzone. Una bella canzone.
É questo “My New Lifestyle”, esordio degli Uber, dopo un demo, “Less Is More”, uscito ormai quattro anni or sono per la genovese Marsiglia Records.
Ora è la fromScratch Records, ad accaparrarsi le grazie della band toscana. Un gran bel colpo, direi.
Perchè, come detto in precedenza, “My New Lifestyle” è un ottimo disco. Chitarre a tratti arpeggiate docilmente, a tratti malmenate con foga, e un sax schizofrenico, felicemente onnipresente. Melodie minimali, ripetute, incastrate, nervose, quasi dissonanti, ma che arrivano alle orecchie con una facilità sorprendente.
“P(Bretze)”, che apre il disco, sfodera al suo interno un’accattivante melodia tropicale, per poi lasciarsi precipitare in claustrofobiche divagazioni post-rock. “If I Fall, I Fall”, nevrotica e spigolosa, fonde alla perfezione le due anime della band, quella più melodica e riflessiva e quella più schizofrenica e rumorosa.
Due anime apparentemente impossibili da connettere. Ma gli Uber lo fanno alla perfezione.

IL TIRRENO. Sax e chitarre dalla Toscana. Finalmente, ecco l’atteso esordio sulla lunga distanza degli Uber, vecchia conoscenza per chi segue l’underground to­scano. La band lucchese pubblica per fromScratch e Holi­days Records il suo “My New Lifestyle”, che fin dal titolo si propo­ne quale manifesto programmatico, come già il mini cd di qual­che tempo fa, “Less Is More”. Sta in effetti in pochi principi lo sti­le che denota il sound di questa formazione: canzoni che nascono dall’improvvisazione e si sviluppano nella reiterazione essenzia­le e a tratti esasperata, intrecci creati dalle chitarre cui si contrap­pone la sezione ritmica mentre il sax di Ombretta Pacini fa spes­so capolino percorrendo territori jazz, più o meno free. Sta in band come Storm & Stress da una parte e Van Pelt dall’altra l’ispirazione principale, catapultando così gli Uber tra math-rock evoluto e pop sghembo. Il tutto mediato attraverso una buona do­se di ironia, che si manifesta nel cantato lunatico e nella traccia video, un cartone animato di Fred G (www . uberuber .tk).
Guido Siliotto.

SANDS-ZINE. C’è poco da fare, in Italia arriviamo (quasi) sempre in ritardo. Negli anni, questi che stiamo vivendo, in cui è esploso a livello planetario il ‘come back to 80’, fenomeno a mio avviso già in via di ‘sputtanamento’, causa un tipo di produzione che ha appiattito e livellato tutti i gruppi del momento (penso agli ultimissimi dischi di gente tipo !!!, LSD Soundsystem e Out Hud ma che riguarderà probabilmente anche i futuri SuperSystem, che nient’altro sono che gli El Guapo) e che ha svalutato le ottime promesse degli anni precedenti, tutto questo premesso, in Italia escono invece dischi, come questo “My New Lifestyle”, pubblicato dall’emergente etichetta fiorentina fromSCRATCH, che si rifà propriamente all’indie rock made in usa, quello a cavallo dei due millenni, appena successivo al periodo ‘lo-fi’, di cui però non riprende certo la bassa fedeltà. Un disco tanto fuori moda quanto benvenuto; il lavoro degli Uber è infatti una boccata d’aria fresca, sembra quasi invocato con la sua semplicità ed onestà. Sono pienamente d’accordo sui riferimenti che si fanno nella press sheet a gruppi come Van Pelt (Ricciarelli) e Joan Of Arc (My new lifestyle; Edna in a dead man suite; Ella sings di cui c’è anche un bel video nel cd) e, ma sì, sotto sotto anche ai Fall; ci andrei invece molto ma molto cauto nei paragoni con Gastr Del Sol, Storm & Stress e Captain Beefheart. Di mio ci metto i riferimenti ai caposcuola Pavement (Waiting for a new pop(e); Addicted to wine) e Fugazi (l’ottima El chabe) e un vago sentore dei Panoply Academy di “Concentus” ((p) Bretzel; If i fall. I fall) anche se nel lato meno prog e più pop, per via degli intrecci strumentali, la pulizia delle linee melodiche, un cantato sofferto e i vari cambi ritmo. Canzoni fresche, veloci, concise, senza orpelli inutile e soprattutto efficaci (l’uso calibrato alla perfezione del sax che è l’elemento che più di tutti conferisce una sorta di ‘identità’ alla band), quello cioè che si chiede ad un buon disco pop. E gli Uber lo centrano in pieno.

INDIEZONE. Se fate parte di quella schiera di individui convinti che la normalità sia una malattia profonda, endemica, ma dalla quale si può attraverso la volontà individuale e collettiva fuggire, ebbene, se siete convinti di questo e nella vostra mente e nel vostro quotidiano affiora, la celeberrima frase “la normalità è una malattia, dalla quale si può guarire”, siete già ad un buon punto. Ovvero siete la base, il tessuto connettivo ideale sul quale “My new life style” può crescere, cullarsi, affondare le proprie radici, siete il pubblico ideale che i lucchesi Uber, al secolo Gabriele, Francesco, Ombretta, Marco e Claudio..siete il LORO pubblico. Siete, al contempo, speciali sapete approcciarvi alla musica in modo del tutto nuovo, siete strani sapete masticare le ritmiche sclerotizzate, sghembe e ruvide, che i cinque Uber sciorinano lungo i 12 brani del loro nuovo esordio. Non un errore, nuovo esordio dico bene, in quanto già due anni or sono i lucchesi hanno fatto capolino nella scena musicale con Less is More, licenziato dalla piccola Mrsiglia Rec facendosi notare per il minimalismo, il nichilismo musicale del quale sembrano aver tratto lezioni fondamentali da gruppi quali June of 44, Elapse e perché no, dai Fugazi più easy listen.
Ebbene ora sono tornati con le loro chitarre, con le loro ritmiche nervose, con le loro nenie rockeggianti, con i loro suoni ipnotici in grado di condurvi con le loro melodie ripetute alla vera forma canzone, ovvero a quella urgenza espressiva priva di mediazione, di inutili divertissment, da quelle strutture ordite per vincere il terror vacui di chi non sa che pesci pigliare. Ebbene da questa urgenza comunicativa nascono perle di rara e grezza bellezza, quale l’ alcolica (scuserete il gioco involontario di parole) “Addicted to wine” o la minimale, sia nelle parti vocali che negli arrangiamenti, “My new lifestyle” brano peraltro che da nome al loro nuovo lavoro.
Nenie elettro acustiche, nenie sclerotiche, contratte come la lapalissiana “If i Fall, i fall”. Distruzione della forma canzone, privazione totale di ogni riferimento, labirinto sonoro dentro al quale amerete perdervi per poi ritrovarvi nella seconda parte del disco, in un continuo alternarsi di momenti, di ritmiche volutamente in antitesi ,“Ella sings” o “Cangour Eats Paul” docet, di climax ribaltati, invertiti, setacciati, sezionati.
Un disco da scoprire, un disco per tutti coloro che sono stanchi dell’ indie rock canonico, della struttura abusata e stra abusata di strofa ritornello strofa.
Un disco per tutti coloro che amano suoni e voci di confine, per tutti coloro che considerano il crudo “rumore” come lo zero musicale, l’ elemento primordiale dalla quale ogni melodia viene ed al quale inevitabilmente, attraverso un percorso circolare, debba ritornare.

TAXI-DRIVER. Quando si deve giudicare un disco, spesso, ci si dimentica che non si vive di soli capolavori. Il problema principale del recensore è mettersi nei panni di coloro che il disco lo comprano e che non vogliono buttar via i soldi.
Gli Uber sono però una band che dalle coordinate sonore si mettono nel schiera dei dischi “solo per i fan del genere”. Ed è un genere di nicchia: post-math-jazz-indie-rock. Quindi ai fan del genere ancora prima di iniziare a parlare dell’album consigliamo l’acquisto più o meno a scatola chiusa. Per tutti gli altri sarebbe d’uopo spiegarvi in cosa consiste questo “My New Lifestile”.
Tutto il disco consiste in arpeggi ripetuti all’infinito con un cantato perennemente stonato e fastidioso. Ma è l’intenzione che si percepisce tra i solchi: la destrutturazione della forma in un contesto rock (ma sarebbe più esatto dire indie-rock). Non c’è un obiettivo prefissato quando la canzone parte. Spesso finisce come è iniziata: nell’immobilità totale. Ancor più spesso ci si trova in mondi paralleli senza un perchè (e ce lo chiediamo perchè la canzone è praticamente sempre la stessa!!). Spesso ancora veniamo rapiti da trovate meravigliosamente affascinanti (come l’uso dei fiati).
Un disco non facile, e sicuramente con dei difetti meravigliosamente vistosi, adatto ai cultori e ai curiosi. Ma se volete un disco che unisce Slint, Pavement, Pastels, Captain Beefheart, Old Time Relijiun, Tortoise (prendete i riferimenti un po’ alla buona però!) questo disco fa per voi!
[Dale P.]

MUSIC CLUB. La fromSCRATCH Records, sinora, non ha sbagliato un colpo. Certo, siamo solo alla terza release, però già il fatto che abbiano ponderato con estrema cautela (e operando una opportuna selezione) le uscite da immettere sul mercato è sintomo di raziocinio e avvedutezza. E così, dopo i bravi Miranda e dopo la corposa raccolta ‘Collisioni In Cerchio’ ci troviamo al cospetto del lavoro di esordio degli Uber, un disco che se fosse stato pubblicato sei/sette anni fa sarebbe sicuramente potuto finire nel catalogo della label francese Prohibited (gestita dai Prohibition). E alcuni dei gruppi (Purr, Heliogabale, Patton e gli stessi Prohibition) che incisero per la suddetta etichetta sono anche i punti di riferimento primari per il quintetto (basso, chitarre, batteria, voce e sax) di Lucca, così come innegabili risultano le ascendenze esercitate da June Of ‘44, Joan Of Arc, Cap’N’Jazz e Giardini Di Mirò. Però, al di là di questi sicuri e confortevoli riferimenti, che vi aiuteranno nella comprensione del sound, ci tengo a evidenziare come gli Uber riescano a sviluppare una propria identità sonora fatta di intensità musicale ed espressiva arte obliqua. Bravi.
Roberto Michieletto

FREAK OUT. Ricordate? Agli albori del post-rock oltre agli inquietanti Slint c’erano anche formazioni più miti come i Gastr del Sol (i primi si sono di recente riformati, i secondi resistono alla tentazione causa antichi rancori interni mai sopiti): beh, gli italiani Uber sembrano scegliere come spunto artistico proprio le sofisticate movenze in punta di chitarra di David Grubbs e Jim ’O Rourke che 15 anni fa tanto ci impressionarono.
Qui per la verità le chitarre elettriche sostituiscono quelle acustiche, e in qualche traccia – la coda finale di ‘El Chabe’ – i nostri spingono di più sull’acceleratore, ma per il resto è un susseguirsi di tempi 4/4 regolari come il battito cardiaco, cervellotici e brevi schizzi di chitarra distribuiti su due battute e ripetuti poi in sottofondo lungo tutto il pezzo, inserti morbidi di sax be-bop che se ne vanno per la tangente (il sax di Ombretta Pacini è sicuramente il marchio caratteristico del progetto): una ricerca musicale intelligente che coinvolge l’ascoltatore e lo porta per mano nel godibile e – talvolta – desiderabile tedio di una domenica pomeriggio senza partite di campionato da seguire alla radio.
Gli Uber sono cinque musicisti lucchesi – Gabriele Frediani (basso-voce), Claudio Saettoni (chitarra), Marco Vannucci (chitarra-voce), Francesco Spinolo (batteria) ed Ombretta Pacini (sax) – che vogliono dare uno scossone all’ambiente musicale troppo conservatore della loro cittadina; in parte il disco riesce ad interessare e – consci dei propri limiti – i 5 musicisti evitano il confronto col vero e proprio jazz moderno e con numi tutelari quali Arto Lindsay: i pezzi sono infatti brevi ed il tutto è facile da seguire; nelle parti più pop addirittura sembra di ascoltare i rassicuranti Perturbazione cantati in lingua inglese.
Tuttavia la ripetitività di quelle pennellate di chitarra – volutamente insistite come tema di base “nei” singoli pezzi – rischia di trasformarsi in ripetitività “tra” i vari pezzi quando le idee di partenza si somigliano un po’ tutte ed i suoni son sempre gli stessi: le 12 tracce paiono tutte variazioni su un unico tema, il che lascia inevitabilmente insoddisfatti.
Una curiosità: nel disco c’è una traccia che si chiama – profeticamente – ‘Waiting for a New Pop(e)’, ed ora che scrivo in effetti è proprio così poichè a Roma stà cominciando il Conclave per l’elezione del nuovo Papa: ma come facevano gli Uber ad immaginarlo, qualche mese fa?!

iyezine. E’ indubbiamente interessante e ,a tratti,anche piuttosto personale la proposta di questo quintetto lucchese che nell’arco di 12 pezzi ci propone un post-rock privo di auto-referenzialità ma anzi a tratti grintoso e non gravato da inutili orpelli.
I brani sono tutti piuttosto brevi e supportati da parti cantate molto pregevoli,due particolari che non nascondo di aver notevolmente apprezzato in quanto la bands dedite alle sonorità care agli Uber sono troppo spesso unicamente strumentali,prolisse ed auto-indulgenti.
La loro indubbia capacità nel creare canzoni di buon spessore e,presumo,le lori doti di performers a portato il gruppo a calcare il palcoscenico in compagnia di formazioni del calibro di U.S.Maple,Giardini di Mirò e Lo-fi sucks.
Un altro dei punti di forza che gli Uber possono vantare sta nell’apporto di un sax dal suono lancinante,a tratti addirittura stogesiano,che contrappunta alcuni loro pezzi ammantandoli di un’aria affascinantemente malata.
I pezzi che,a mio giudizio,si stagliano al di sopra della media sono quelli contraddistinti da ritmiche più serrate come “El chabe” o “Ella sings”,e la conclusiva “Residence” che mi ha ricordato vagamente nel suo incidere “Pizza express” dei Massimo Volume.
In definitiva con “My new lifestyle” ci troviamo al cospetto di un ottimo prodotto ben suonato e ben registrato.
Indubbiamente le influenze degli Uber sono piuttosto chiare,ed il gruppo nulla fa per nasconderle,ma,come premettevo all’inizio di questa mia recensione,una discreta originalità salva la band dal limbo dei troppi scialbi copisti slintiani affiorati in questi ultimi anni.
luca

 

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